Appunti presi pensando al significato di

MORTE/SCRITTURA, GIOVINEZZA/MATURITÀ, STABILITÀ/PRECARIETÀ



MORTE/SCRITTURA





Siedo su un divano di pelle nera e guardo sul fondo: un’ombra mi guarda, di rimando, e io non so cosa fare. E’ accesa solo la lampada sul tavolino che fa angolo. Sono seduto affianco. Quell’ombra non dovrebbe essere lì, e mi riferisco alla fisica. Ma era chiaro, dall’inizio. Ci parlo un po’. – Come ti chiami – faccio per dire. Quella invece risponde: fa il mio nome. Non è carino sai, le dico… E poi è la solita vecchia storia, l’uomo e la sua ombra… Potevi essere più originale… Parlo alla mia ombra. E’ perfettamente normale anche se io non sono convinto che lo sia, normale per chi, come me, vanta una relativa conoscenza di se stesso, a dirlo col senno di poi sono capaci perfino gli stupidi, ma giuro che lì per lì non era affatto normale, qualcuno mi capirà… – E che ci fai da queste parti? – domanda ovvia. – Io ti seguo, tu? – la risposta non è così ovvia, per quanto possa sembrare.

– Stavo leggendo, non ci crederai, proprio un libro in cui un uomo parla alla sua ombra, non ci credi, è così?

Ci guardiamo a lungo, o forse dovrei dire che io guardo la mia ombra, lei si adagia a essere ombra, e io, come dire, mi accorgo di essere anch’io ombra, di essere lì, a guardarmi e spostarmi con lei, a fare il personaggio di un libro, questo, che guarda un’ombra e riflette, non è facile e forse non ho reso l’idea, ma a questo punto ho cessato di interessarmi all’ombra e mi sono addormentato, è stato facile prendere appunti poi, al risveglio, quando mi sono accorto che il libro era lì, e io ero lì, ma l’ombra no, l’ombra viveva attraverso la scrittura, grazie a queste parole, e non ho altro per dire, a chi mi legge, che l’ombra è il significato della morte, è l’andirivieni della sconfitta e della speranza, io sono l’ombra, tu lei e chi può venirti in mente, tutto è ombra, ombra è ciò che si scrive, mentre lo si scrive, e viceversa, ombra è soprattutto amore.








GIOVINEZZA/MATURITÀ





Un uomo nei giardini pubblici sta guardando una quercia sfinita dall’acqua, mentre piove, e pensa: – Quanta acqua è disponibile, non sembra finire… L’uomo è seduto sulla panchina bagnata, con un ombrello sopra, e guarda la quercia e pensa a quando era ragazzo, ora, che gli piaceva stare sotto alla pioggia, anche senza ombrello, e poi tutt’a un tratto si è ritrovato sepolto, ma sepolto da cosa? pensa. Difficile rispondere, pensa l’uomo seduto sulla panchina, con l’ombrello aperto; ma da qualcosa dovrò essere sepolto, se non riesco a muovermi? Passa un’automobile tra le pozzanghere vive e puntinate, gli torna in mente l’appuntamento, che deve andare, e lascia la quercia a marcire, s’incammina e si destreggia, in un valzer stanco, tra le pozze d’acqua immani, e chi s’è visto s’è visto…








STABILITÀ/PRECARIETÀ






Perse il lavoro nel luglio 2005. Come successe? E’ difficile dire, una volta arrivò nell’ufficio buio e interrato che era sede legale, in teoria, di diverse società tutte nell’ambito della comunicazione. Dividevano tempo e spazio in quel bunker. Gli dissero che il capo, un individuo che lui aveva visto due, tre volte, non aveva potuto pagare o non aveva voluto pagare la quota dell’ultimo affitto. 700 euro, l’equivalente di un affitto per uso abitativo mediamente, e rimarcarono questo dato assolutamente fuori luogo con un sorrisetto, i due. Biascicavano e sembravano ubriachi. Non era uno scherzo? Altrimenti perché dirlo a lui, un dipendente – anzi l’unico dipendente, – di quell’oscura società dalla fatturazione irrealistica votata alla truffa (anche in ultima istanza…) Cosa poteva farci, o era una specie di vendetta, un ultimo sberleffo, per essere mancato ai patti (ma lui… non lui!) Le società che condividevano l’ufficio interrato avrebbero presto trovato un soggetto da coinvolgere nel co-working! Il danno è relativo, pensò lisciandosi la barba mentre gentilmente lo portavano a furia di saluti e complimenti verso la porta. E poi? Poi c’erano stati altri lavori, aveva persino fatto l’usciere in un albergo che non si capiva bene se era bello oppure brutto, il ricettacolo della malavita organizzata o un semplice albergo di periferia, con le imposte ad ogni finestra, le orme sopra lo zerbino all’ingresso e lui, lui in divisa stirata coi calzoni forse troppo corti eppure abbastanza pratici a compiacere, con frasi di rito, i clienti che salutavano, mano tesa, come se da lui dipendesse l’esito delle vacanze, fuori stagione e fuori da ogni logica, se non che a pochi metri si ergeva l’edificio imponente e scuro, sede di un’importante banca svizzera, di quelle che per averci il conto è necessario un capitale minimo con cinque zeri, e allora tutto tornava, a partire dalle mance.. Prima e dopo c’erano state offerte, lavori e altre offerte, a loro modo comunque insoddisfacenti. Ma aveva girato un po’, prima di morire per cancro, e allora non c’era più stato un lavoro e neanche un’offerta, c’era stato il 2012, un anno di nove mesi.

 

 

 

 

 

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Discorsi attorno e dentro la felicità

 

 

 

A volte penso che si possa morire di felicità.


Nelle piccole cose mi piace l’opulenza.


La felicità viene bene dopo una sbornia di disperazione, che non ne puoi più di disperazione, e allora sei felice.


Mi piace la felicità colorata, cangiante. Ma a quel punto non si può parlare più di uno stato. Bensì di un divenire.


Felicità è dirsi felici.


Felicità significa la massima animalità, umanizzata oltre il limite.


C’è un’architettura della felicità, indicibile nelle cose, se formalizzata mostra tutti i limiti che possiamo attribuire a una scienza superata.


Felicità è superare gli eventi, in vista di una piena trasformazione.


Di felicità non si muore, ho capito, ma si può risorgere.


L’idea di felicità è imparentata con quella della morte, solo che a volte tra parenti non ci si parla.


Felicità e morte sono irraggiungibili, ti raggiungono.


Vivere è una cosa epocale…


La felicità è il mare, l’isola è la perdizione.


Sostanzialmente bisogna fuggire: ma la libertà è un’altra cosa…


La felicità è verde, i fiorellini colorati sono l’immaginazione di chi teme l’uniformità, di chi ha paura di perdersi.


Fin qui ho capito: la felicità è un bene.


Non ci si appropria della felicità, la si conquista urlando.


Non si eredita, ma si perde al gioco.


La felicità è un azzardo, un azzardo umile.


Ambire è un conto, pretendere è tutta un’altra cosa, ma quanto più umana, quanto più spontanea…!


La felicità è connivenza con una felicità più grande (essere felici rende colpevoli, a questo bisogna stare attenti se si è prossimi all’infelicità).


Bisogna navigare senza perdere di vista l’assoluto.


Della felicità non so nulla, diciamo che questo nulla me la rende accessibile.


Non saperne nulla è differente dall’ignorarne il tutto


La fede è una domanda di felicità. Può essere mal riposta se la domanda è mal posta. Della fede si sa qualcosa e certamente si ignora il tutto.


Qualche volta ho l’impressione che credere sia come giocare con una bambola gonfiabile. Anche questa è una forma di infelicità, e di invidia.


Forse gli invidiosi hanno il merito di contribuire alla mitizzazione della felicità.


Le religioni coltivano l’invidia nel miscredente con quelle loro promesse di felicità ultraterrena. Ed è molto probabile che l’invidioso contribuisca, come ho detto, al mito della felicità con le proprie opere. Può essere vero per ogni felicità, e per ogni oggetto d’invidia.


Dio è felice? Possiamo dire che sia oltre la felicità, ovvero oltre la morte? Possiamo dire che sia questa la più alta forma di infelicità, che consiste nell’essere al di là di essa? Dio soffre per la propria incapacità di essere nella felicità? E se il dio cristiano si fosse incarnato proprio per questo? o – anche – per questo…?


E perché dio promette ciò che non è? E’ pensabile una qualche forma di invidia in tutto questo? D’altra parte, come esiste l’ira divina, è pensabile l’invidia. A sua immagine e somiglianza, dice il testo sacro.


Le ipotesi sul ‘comportamento di dio’ sono congegni delicati: possono portare al riso o dare qualche spavento; possono risultare fuori luogo… La reazione riguarda ad ogni modo la ponderazione fatta circa le proprie possibilità di accesso alla felicità… Dentro e dopo questa vita.


 

 

 

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Testa

 

 

Oggi, alle sette di sera, sono uscito di casa e avevo in mano il sacco delle immondizie. Lo muovevo in uno strano modo, a pensarci ora, perché a volte ci si ripensa su e nei gesti si scoprono nuove valenze, significati nuovi. Lo tenevo come se avessi voluto proteggerlo, con il corpo, dagli occhi indiscreti di chiunque, chiunque avesse voluto, o potuto anche per curiosità mettere a fuoco la figura di un uomo col sacco. Ma forse a nessuno interessava. E dico forse perché non mi sono guardato in giro. Che motivo c’era di comportarmi così? All’improvviso ho avuto la sensazione, una sensazione netta e al tempo stesso rimossa subito, come capita nei sogni, la sensazione che è meglio chiamare sospetto: nel mio sacco c’era una testa! Mozzata da poco, forse di una donna, o più probabilmente di un essere che non sarebbe stato facile riconoscere: lo stato di decomposizione era avanzato a tal punto, ed era uno schifo certo, su questo non ci piove, ed ecco ho sbobinato, si fa per dire, lo stato d’animo di quando oggi ho portato all’esterno il sacco. Stato d’animo latente, non manifesto, o forse dovrei dire non decifrabile? Una testa. Ho buttato nel cassonetto, dopo aver alzato il coperchio sporchissimo con le sole dita, anzi le punte delle dita, una testa! E me ne sono andato, camminando a zig zag ma senza che vi fossero ostacoli, che strano, anche se sul momento non era affatto strano. Me ne sono andato come uno che ha appena buttato una testa, una testa fra il residuo di primi e antipasti negli altri sacchi, o forse antipasti no, perché non ci abita gente tanto ricca, questa è una zona in cui la gente mangia primo, forse secondo ma non è possibile dirlo con sicurezza. Una testa fra tutti quei rifiuti, nel mare di sacchi sacchetti sacchettini, variopinti e informi con strane protuberanze di cui a volte è difficile immaginare il contenuto, una testa, è lecito impazzire per un sospetto del genere, una testa, ci sarà gente uscita di testa (oh!!) per molto meno, moltissimo meno… Come all’andata, anche rientrando non mi sono guardato intorno, il motivo è lo stesso: mi correggo: l’istinto, è avvenuto tutto o quasi in forma subliminale… L’istinto. Chi è colpevole si muove proprio così, fa fatica a guardarsi intorno, si sente diverso, come circondato da un’aura multicolore arlecchinesca, è così che ci si sente, osservati ma quasi al punto di arrivare sulle soglie del ridicolo dove ormai è necessario far finta di nulla, o tutto si scopre, il minimo gesto può far scattare la risata, o le manette, la prima non esclude le seconde… Una testa… Come è possibile che emerga tutto soltanto ora? Dopo cinque ore (sei quasi, perché manca poco all’una, vedo al polso…) Forse perché sto per andare a dormire e la mente entra in una regione di transizione dove gli incubi, anche quelli a occhi aperti, sono più che possibili e ora non c’è nulla di cui vergognarsi, di cui avere paura dal punto di vista della società e dell’ottica straniante del giudizio altrui? Una testa, una testa. Giovedì dovrò parlarne con lo psicanalista e vedere che faccia farà, spesso ride…

 

 

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Appunti presi stando in casa all’umido

 

 

Degustare amicizie

 

 

 

 

Le cose a volte sono molto belle. Per esempio stasera ho stappato il vino che al compleanno mi avevano regalato. Due amici pieni di vita, sempre sorridenti entrambi… A distanza di mesi ho bevuto questo Nero d’Avola a sorsi brevissimi. Mi è piaciuto anche degustare un’amicizia. Mi ha fatto girare la testa ma in senso buono, come quando entrano in gioco i sentimenti…

 

 

 

 

 

Trappole

 

 

 

 

Perché il mio vicino di casa è talmente chiacchierone che una volta incontrato non mi molla prima di aver rievocato – in assoluta autonomia – i bei tempi andati, i suoi e soltanto i suoi naturalmente, e senza che io ci possa metter becco? Per rincuorarmi, mentre mi allontano penso che sì, deve stimarmi moltissimo, come nessun altro. E’ solo un modo come un altro per farmi passare il mal di capo. Passa poco tempo, di solito, prima di vederlo abbarbicarsi ad un altro vicino col mio stesso sguardo di topo in trappola senza che però ci sia stato modo di mangiare il formaggio. Gli sorrido e senza dargli tempo scatto e mi metto al sicuro!

 

 

 

 

 

Stanza umida

 

 

 

 

La stanza è talmente umida. La sera prima di coricarmi è necessario che accenda il de-umidificatore, una scatola con le rotelle che aspira aria insalubre e butta fuori fiato come di ospedale, o di mongolfiera che si sgonfia e s’affloscia, non saprei. Fatto sta, è bene bonificare questa stanza. Mi hanno detto che l’umidità è molto dannosa, ho letto che non va bene soggiornare in una stanza umida, nessuno però si prende la briga di dire o di scrivere a cosa effettivamente porti il contatto con questo fantasma d’acqua, che alla fine uno immagina effetti disastrosi e alla lunga debilitanti, magari mortali. Il ronzio di un moscone è senz’altro meno fastidioso. Ma ogni sera, fermo e in silenzio accanto al calorifero, in piedi, attendo che finisca. Automaticamente si spegne dopo che la stanza ha raggiunto un certo livello accettabile – il minimo, secondo il manuale – di umidità nell’aria… E’ con soddisfazione che mi metto nel letto, sicuro tra me di riposare in un buon posto, certo non il meglio che la società ha da offrirmi, ma almeno dignitoso, al riparo dalla pioggia… Dall’acqua, in genere. E poi ogni uomo quando entra nel tepore delle coperte ha lo sguardo di un bambino, se solo si potesse guardare allo specchio sarebbe felice, di una felicità regressiva, prenatale… Ma forse esagero. E nel mio caso è una questione di umidità, soprattutto.

 

 

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Appunti presi girando per Milano

 

 

Venditore




Poggiato al corrimano delle scale che scendono della metropolitana, un uomo vende rose rosse riunite in un grandissimo mazzo. Ha un sorriso da far grandinare le stelle. Ha poi una cravatta marrone, e una giacca marrone su una camicia bianca ma tutto di un’eleganza pratica. Non sembra uno di quegli incalliti venditori di rose. Sembra piuttosto un uomo che aspetti, con inevitabile pazienza, una donna qualunque a cui regalare tutto. Importante è che ne sia degna!


 

 

Vivacità



Sotto la pioggia, dei minuscoli merli con un becco quasi carminio volteggiavano alla rinfusa tracciando centinaia di piccole campane su un’erba bagnatissima, corta e prossima a diventare pappa vegetale con tutta la terra. Erano quattro e sembravano cento. Dovrò tenerne conto in futuro quando mi capiterà di usare la parola vivacità.


 

 

 

Stanza con quadri



 

La scala poggiata affianco della finestra, che è aperta sulla strada (e fuori piove che dio la manda). Proseguendo lungo la parete: un quadro che raffigura un angelo rannicchiato sopra a un pianetino deserto. E un altro, la testa di profilo di una donna dai capelli fluenti, con dentro la testa un sole. Poco più sotto, il piano di uno scrittoio piccolo: ci stanno un mazzo di carte da scala, un cespo di tre banane, e tre limoni il cui giallo è esaltato dalla gelida luce di un lampadario che sembra una torta al contrario.

 

 

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Troppa umiliazione

 

 

Sono stato al grande negozio dei cinesi, dove sapevo già che non ti guardano negli occhi e se fai una domanda (dov’è quel prodotto. Quell’altro?) ti osservano con una specie di sorriso malfatto o mal pensato, dentro cui ristagna un’insoddisfazione da far tremare gli occhi, e non sanno o non vogliono sapere la risposta, tutto accade in corridoi sgombri di vita e sospesi tra categorie merceologiche e lauti profitti malgrado i prezzi corti: ponti, nient’altro che ponti sospesi anche sopra ciò ch’è umano. Lì, sono capitato, lì davanti alle cinque. Dov’è che andavo? A spasso. Scanzonato e disteso perché era il primo di maggio e per una fetta di mondo, piccola relativamente, era giorno di festa. Non potevo sapere che il grande negozio dei cinesi lo avrei trovato aperto, ad aspettarmi e i miei porci comodi avrebbero potuto grufolare tra le corsie. Perché nei giorni scorsi no, l’avviso siamo aperti il primo maggio dalle otto alle ventuno l’avevo visto ma senza leggerlo forse per una qualche forma di pudore. Oppure perché ho la mente per aria, ma non la testa… Ci ho pensato mentre attraversavo le porte scorrevoli con la cautela con cui si gioca con una ghigliottina vera. E ora – di fronte al monumento – sogno di una rivoluzione italiana in cui le teste verranno mozzate davanti ai supermercati, di ogni gestione e tipo, la vittima sdraiata legata come un salame da tranciare a pezzi grossi con le porte scorrevoli prima rese taglienti come le bottiglie nei film per poi ferire, uccidere. E zac, zac, e zac! Proprietari, azionisti di maggioranza, di minoranza e clienti, anche i clienti! Mi ci vedo là, sdraiato sul pavimento e con il collo dove le due lame di vetro inesorabilmente s’avvicineranno. Nel volo della testa vedrò gli occhi incarogniti di un cassiere, il boia. Poi il buio, o quel che c’è dall’altra parte, oltre il supermercato, e la rivoluzione. Penso a questo mentre sto accucciato sotto al monumento, un Costantino con spada inguainata e pergamena nella mano, in via Giuditta Sidoli (ci ricorda: patriota, la targhetta di marmo). Il cielo di Milano è limpido, per quanto è possibile ad un cielo sconsacrato e misconosciuto da noi inquinatori e consumatori festanti, in giubilo.

E’ il primo di maggio e scrivo. Accucciato sotto al monumento sembro un mendicante, e forse lo sono, come tutti. Il quaderno è più piccolo di quelli che si usavano a scuola, ci sta nella tasca posteriore dei jeans. E’ costato un euro e venti, abbastanza per un negozio di cinesi spolpati e bastardi, ma ha la copertina cartonata e la rilegatura ad anelli di plastica bianchi e stretti. Ho preso solo quello. Ma non ne avevo in realtà bisogno. Di cosa avevo bisogno? Di nulla. Ho pagato un euro e venti senza guardare in faccia la cassiera, tanto minuta da metter soggezione, due codini di capelli che le sbocciavano dalle tempie. Primo di maggio, pensavo, primo di maggio! Continuavo a guardare il nastro trasportatore fermo e vuoto, poi sono uscito. Ho imboccato via Sidoli, mi sono messo ai piedi di Costantino. La penna era come sempre nella tasca interna della giacca. Mi sono messo a scrivere per la troppa umiliazione.

 

 

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L’uomo che divora gli animali

 

 

La signora Q. è una donna alta, sui sessant’anni portati splendidamente. E’ suo il barboncino. Bianco, un po’ zoppo, il pelo cotonato. Stiamo camminando per il sentiero che va al vecchio oratorio. Io vado a fare un giro nel sole primaverile. Lei porta il cane a passeggio, col guinzaglio lungo, e gli parla, – Ora andiamo al vecchio oratorio, così io mi siedo su una panchina, tu corri, tu giochi. Il barboncino arranca e non si capisce come farà a correre, a giocare. Non parlo con la signora Q. Dopo il buongiorno mi sento disarmato, e la scorta di buone frasi a milleduecento metri d’altitudine è relegata al regno delle sciocchezze, soprattutto nei primi di giugno quando il tempo obbedisce alle aspettative e parlarne è più superfluo del superfluo. Arriviamo. Nel bar ci sono due anziani, giocano a briscola con le mani strette come se qualcuno potesse, o volesse portargli via tutte le carte. Apro la porticina e faccio per dare la precedenza alla signora e al cane.

– Io non entro – sussurra, trattenendo la bestia.

E aggiunge, facendo un passetto come di danza in direzione opposta: – Dentro c’è l’uomo che divora gli animali!

Le sorrido. Faccio finta di non sapere. Come? Ogni uomo qui ha un suo modo per tirarsi fuori dagli impicci. Il mio è un’espressione. Ma non saprei dire quale. Lo sanno gli altri, che mi vedono. Lei sa perfettamente che io so. Ma allora perché? Per il piacere del racconto, certo. Che è il motivo per cui io lo racconto a voi.

 

Qui nessuno sa o si ricorda il nome di quell’uomo, attacca la signora Q. andando su e giù col piede da un sasso grande come una noce. Ma era un uomo strano. Questo è più che sicuro. Strano come? Strano, come sono gli uomini strani. Strano come uno che vive da solo. Con un coniglio. In una catapecchia, sa, dove ci sono i magazzini della legna? Lì. Con un coniglio. Strano vero? Portava questo coniglio qui, al vecchio oratorio, ma non si fermava al bar. Entrava dritto nel verde. Senza salutare nessuno. Strano eh? Quest’uomo faceva l’operaio. Giù in città. Dove di preciso non si sa. Faceva giù e su, su e giù! Anche questo, strano. Comunque al pomeriggio, o forse dovrei dire alla sera, usciva dalla catapecchia, faceva questo sentiero. E poi? Ho già detto: entrava vigliaccamente, senza salutare nel parco. Rimaneva seduto. Dove è seduto ora. Oppure sull’altra panchina. Ma più spesso su quella. E’ più comoda. E il coniglio? Girava come un matto. Perché sa, gli animali prendono dai padroni ed è così che forse gli psicologi potrebbero decretare le malattie dei pazienti, analizzando il loro animale, cane gatto o coniglio. E se l’animale non c’è, oppure è morto dovrebbero sospettare le più gravi malattie, perché un uomo che non sa accompagnarsi, o non vuole accompagnarsi con un animale, beh ha qualcosa da nascondere, dentro, dentro di lui voglio dire, non so se mi capisce, dice la signora Q. Dopo avere fatto girare il suo coniglio, come un pazzo, dice la signora arringando al suo cane, come un pazzo, ribadisce, e inspiegabilmente si rivolge al cane, con un gesto di sprezzo, un gesto che sta a significare che fra il cane e il coniglio, quel coniglio non vi è alcuna parentela, dopo se ne tornava a casa. Lo strano. Nella catapecchia. Col coniglio. La signora Q. fa una pausa. Una pausa significativa per chi come me sa come andrà a finire questa storia. Il cane si sdraia su un fianco. La signora Q. lo guarda di sbieco. Forse lo vorrebbe più interessato. Ed è per questo, per il disinteresse esibito che la signora Q. prende di nuovo, magicamente, a considerarmi come unico interlocutore e sorride, un bel gesto da parte sua, ma so che la signora Q. può dare il suo meglio solo raccontando questa storia, ora e le faccio cenno perché continui, con gentilezza, con ponderazione sociale.

Un bel giorno accade la tragedia. Bello? Pessimo il giorno! E ora tu tappati le orecchie – grida al cane. Ma subito si pente. Guarda oltre la recinzione e controlla che fa l’uomo che divora gli animali. Avrà sentito? Questo si chiede, non c’è dubbio. Difatti poi mi invita ad andare più in là. All’imbocco del sentiero. A destra abbiamo una nutrita schiera di alberi, rigoglìo che anticipa un bosco. Dall’altra parte un burrone. E sopra le vette di altre montagne avvolte in una nebbiolina primaverile. Bello. Questo si è indubbiamente un bel giorno. Comunque:

G. ha visto un cane che arrivava. E’ stato a guardare per un po’. Il cane ha fatto il giro, è entrato dalla porticina, a questo punto G. ancora guardava. Ha fatto cenno a F., che se ne stava dietro il bancone. F. si è unito a guardare. – E’ proprio un bel cane! – deve aver detto F. a G. Oppure G. a F. La signora Q. è incerta. Fatto sta che F. è rimasto a guardare insieme a G. il cane che inseguiva il coniglio, con lo strano che zampettava intorno, annaspando, cercando di acchiappare il cane per la coda. – Di che razza è? – ha chiesto uno all’altro. – Come non vedi? Un dobermann – ha risposto l’altro, con uno sghignazzo. – Ed è di M.? – Certo che è di M. Ma lui dev’essere ancora nel bosco a cercarlo. Finisce sempre così…

E allora il cane ha chiuso il coniglio all’angolo. La povera bestia ansimava (il cane) mentre l’altra che era destinata a sfamarlo tremava, vigliaccheria.

Quel cane non mangiava abbastanza? Può darsi. C’era la bava a gocce agli angoli del muso. Le zampe tirate indietro, pronto a saltare. Ma presto i due si sono guardati inorriditi. Le mani strette intorno al collo, ginocchioni, in faccia le tracce della furia. Gli occhi stretti, gli archi dei sopraccigli tesi come sul punto di scoccare le pupille. Matto. Hanno pensato che non era roba di questo mondo. E il cane ringhiava. E l’uomo stringeva. Poi il dobermann si è liberato. Ha trotterellato intontito, ha urtato una panchina (quella). L’uomo guardava, i palmi delle mani sulla terra come quando si fanno flessioni. Il dobermann non poteva rinunciare. Sapendo di aver ragione, si è lanciato con le zampe tese. Il coniglio palpitava, palpitava come un cuore malato, la similitudine è mia: la signora dice vigliaccamente, o qualcosa del tipo. Graffi, pugni, ginocchiate, morsi e latrati, hanno ricominciato la lotta. Il cane morde in faccia lo strano. Sangue gocciola sull’erba. Ha le zampe sul petto, la maglietta a stracci. Le mani intorno al collo della bestia, a trattenerla. F. scappa e una volta dall’altra parte della rete urla: – Vado a chiamare M. Ultimo particolare che non può sfuggire a G. è la dentatura fine che sprofonda nella faccia. Poi pare che sia corso all’interno, dove su un tavolino c’era il telefono con cui, spalle alla porta, ha telefonato a T., il carabiniere, inutile passare per il centralino, più veloce così. Mentre parlava si è sentito afferrare, ha urlato, T. dall’altra parte che gridava – Come? Come!… Gli occhi sporchi di sangue. Una sorta di barba rossa, senza i peli, gocciante. La bocca si muoveva come a voler pronunciare. Ma usciva silenzio, e sangue.

– E’ stato orribile, orribile – pare che abbia detto ansimando G. a T., sostiene F. che era tornato con M. il padrone del dobermann, ora tutti e quattro intorno alla bestia, dubbiosi, non sul da farsi ma su come raccontare poi la vicenda. T. si chinava a tratti sullo strano, sdraiato sull’erba arabescata dalle gocce, dalle linee, dalle chiazze… – Adesso arriva l’elicottero! Non preoccuparti! Sistemiamo tutto noi qui!

M. piangeva sul cadavere. Pare che dicesse: e adesso chi mi accompagnerà nei boschi, chi? Come farò senza di te? Ma F. ricorda solo un grande silenzio subacqueo che coincide, io credo, con la regione della mente in cui si trovava sprofondato, un universo acquatico scaturito improvvisamente dal lungo tratto della ferita, sul collo del cane o su quel che ne poteva restare. L’elicottero è poi arrivato in fretta. Un’invasione di vento e di rumore in avvicinamento. Poi tutti con le mani sulle orecchie. I capelli mossi. Dalla bestia atterrata sul campo accanto, sono venuti fuori i due barellieri, gente di città assai pratica e di pochissime parole. Dopo qualche domanda a T., che avrebbe voluto invece dilungarsi, hanno preso lo strano. Sono corsi con la barella nel campo, dove l’elicottero a motori accesi e pale ancora vorticanti li ha inghiottiti. In questo tempo M. non si è mosso, la barba umida di sangue del cane, gli occhi accesi di ricordi.

Il rombo lontano, F. si è riavuto: – Il coniglio! Lo ha ripetuto un po’ di volte, finché tutti si sono voltati e hanno visto che, effettivamente, la bestia era ancora nell’angolo. Le orecchie schiacciate al corpo, il muso sulla terra. Immobile. E illeso.

– Che ne facciamo – ha chiesto F. preoccupato.

– Lo lasciamo libero, – T. ha detto dopo averci pensato un po’. E si è diretto verso la macchina.

La signora Q. ignora un mucchio di dettagli. A lei importa, più che altro, del destino del povero cane del signor M.

Le ridò la parola. – Sa, M. ha seppellito il cane nel bosco. Così quando ci va per fare le sue cose, se lo immagina lì, come un cane fantasma o il fantasma del suo cane. Triste, vero?

Non so cosa rispondere. Veniamo interrotti per fortuna dall’uomo che divora gli animali. Si è alzato dalla panchina in fondo. Ha chiuso la porticina e voltandosi ci ha mostrato di nuovo la faccia.

La signora ha rabbrividito, visibilmente. E’ corsa con lo sguardo al barboncino, accucciato e dormiente, sembrava, quasi che la storia gli avesse messo sonno. Io ho contato le cicatrici. Dall’angolo della bocca all’orecchio. Sulla punta del naso, forse asportata. Sopra l’occhio sinistro, intersezione con il sopracciglio. Gli occhi semichiusi, una riga orizzontale corre sulla fronte. Il mento a punta, innaturale. Mi sono fermato al numero di sei, perché l’uomo poi è andato oltre, e la nuca non mostrava ferite.

Ha preso il sentiero. Ha costeggiato il bosco dove pare che quel giorno il coniglio in libertà sia fuggito. Il bosco in cui il cane riposa.

E’ andato via dal campo visivo della signora Q. e del barboncino zoppo, mentre io distoglievo lo sguardo che sparavo al cielo come se mi aspettassi da un momento all’altro di vedere sbucare l’elicottero di quel brutto giorno.

 

 

 

 

 

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