L’unico dente

 

Quella volta nel buio delle tre, con dietro la luce gialla intermittente di un semaforo, la targa tedesca di una Mercedes parcheggiata di fronte, e di lato, sul marciapiede, le facce di due orientali che il buio avvolgeva di mistero, ero lì che digitavo sulla tastiera virtuale del navigatore satellitare, il Tomtom, il nome della città, e poi della via in cui ero diretto. A tratti mi guardavo intorno, incapsulando particolari in brevissime sensazioni notturne, di pericolo velato.

Quando ecco il viso ingenuo, sorridente, orribile di quella donna. L’unico dente laterale, bianchissimo nell’incrocio di luci artificiali (interne all’auto, dei lampioni sopra, del semaforo dietro) attira la mia immaginazione, la mia attenzione. E mi domando perché in quella bocca malata, oltraggiata un solo dente, e proprio quel dente sia rimasto al posto suo. Perché non abbia seguito gli altri, il destino di carie e di altri marcimenti che la strada assegna ai suoi inquilini permanenti. Un solo dente bianco, sano è irreale. Questo ho pensato, per qualche istante, imbambolato. E ora: toc toc.

Finisce che abbasso il finestrino, imbalorditissimo.

– Ciao – le dico.

– Hai una sigaretta, scusa – la voce sembra venire da quell’unico dente. La bocca è ferma. Scherzi della notte, presumo.

– Non fumo! – faccio io non so se fiero o dispiaciuto.

La guardo riabbassare quel sorriso abbozzato. Ora sembra indecisa, ancor più indecisa. Il cappuccio che le ricopre metà fronte evidenzia l’abbozzo di corrucciamento. E mi ritorna in mente quel pane. Cinque baguettes comperate nel supermercato alla sera. Il sacchetto è sopra il sedile posteriore.

– Vuoi? – la porgo. Da lontano la forma minacciosa della baguette può tradire il senso di ciò che avviene qui. Uno che cosa può pensare…? Allora, c’è un tale che porge un oggetto di forma tubolare a una donna avvolta in una specie di mantello. Beh, ora non saprei. Comunque, quale che sia l’apparenza… la realtà è diversa. La realtà è sempre diversa, penso io in un accesso di genericità. Sì ma, in realtà – qual è il senso di ciò che avviene qui? In realtà, cosa implica il mio gesto? Quali sentimenti può sottintendere?

Beh… aspetta un attimo, dovrebbe sottintendere dei sentimenti oppure avvenire con la freddezza di ciò ch’è naturale, giusto?

Se io, metti caso, regalando questo pane a un’homeless, provassi non solo compassione nei suoi confronti, ma anche dell’autocompiacimento, questo modificherebbe il senso di ciò che avviene qui…? Quale sarebbe il senso di ciò che avviene qui? In quale quadro iscrivere la mia generosità occasionale?

Metti il contrario. Se io nel porgere in questo momento il pane tenessi un atteggiamento di freddo distacco, profondamente etico e puramente giusto, dovrei anche domandarmi perché mai, nella vita di tutti i giorni, non compio gesti altrettanto generosi. Perché adesso sì? E il constatare che si tratta appunto di generosità occasionale, sgretolerebbe la certezza di un gesto freddo e distaccato in quanto etico, puramente giusto, cioè mi farebbe sospettare che distacco e freddezza avessero un movente differente, quello più comune della indifferenza ai guai altrui.

E’ un cul-de-sac! Come dovrei sentirmi? Quale sensazione dovrei pilotare dentro di me per dare il giusto senso all’azione? Ma buffo è che io, in questo momento cristallizzato, immobile in cui porgo il pane e penso, buffo è che io, invece di sentire, naturalmente e spontaneamente, mi domandi piuttosto cosa sentire. In definitiva è buffo, che un’azione così semplice attivi una tanto complessa burocrazia del sentimento.

– Graaaaazie – dice lei così dolce, strascicata.

– Prego – dico io, sempre più imbarazzato.

Per un attimo resta lì, a guardarmi. Non posso fare a meno di fissare il suo dente. Quell’unico dente. Ho un dubbio. Riuscirà a mangiare la baguette? Avrà escogitato un sistema, nel corso degli anni, per ingerire cibi solidi malgrado la sdentatura?

Oppure – ecco un sospetto ferrigno, che mi stringe alle tempie – sta accettando il mio dono solo per compiacermi? Sa di non poter nutrirsi di quel pane, e comunque mi sorride, grata? In fondo, ha esordito chiedendomi una sigaretta… Cioè del fumo, della materia gassosa, e io sto invece offrendole materia solida, il contrario. Ma no! mi dico guardando il suo unico dente, stranamente pulito bianco, ci riuscirà arpionando la mollica e praticando dei solchi, sminuzzando in questo modo il pane, così da ottenere dimensioni e consistenza adatte. Non sono però così convinto…

– Buona notte – dico improvvisamente.

Lei lo ripete strascicato, dolce.

Attraversa la strada sulle strisce pedonali, allo sfavillio di semafori gialli. Poi, raggiunto il portico, s’accovaccia accanto al giaciglio, non l’avevo ancora notato. Quell’antro troppo buio per capire cosa stia facendo ora. Forse guarda il pane, tenuto immobile e diritto davanti a sé, coll’intensità con cui si può guardare una candela votiva. Oh no: mi censuro, questa è la mia immaginazione perversa, borghese.

In un’istintiva ricerca della via di fuga, guardo il navigatore. Manca un solo passaggio per finire la programmazione del viaggio. Premo subito il tasto OKAY. Attendo.

– Fra… cinquanta metri, svoltare a sinistra.

Schiaccio sull’acceleratore. Mi allontano seguendo le indicazioni della voce sintetica. Svoltare… a sinistra. E fino all’ultimo, ho la sensazione che la donna mi guardi fisso, nell’abitacolo illuminato dal piccolo schermo.

 

 

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Il tamburo

 

Nella casa occupata di via S. – due locali sulla strada con vetrina, un tempo negozi – c’era un bel via vai. Alla luce del tramonto mescolata ai neon, Carla mestolava le patate china nel forno, Miriam e uno sconosciuto allestivano un vassoio di bruschette e Teo a fingere di saper fare una canna dall’alto dei suoi quindic’anni. Erano passate le sette e trenta, orario in cui quelle vetrine, nella loro vita precedente quand’erano parte dei negozi, stavano bell’e chiuse, con la serranda sopra, mute. Adesso occupate da un manipolo di ragazzini, in buona sostanza, più qualche adulto di passaggio, scoppiettavano di possibilità e di pensate adolescenziali. Dal basso dei miei trent’anni, io guardavo quei ragazzi affannarsi per la cena. Ovviamente a tratti chiedevo di poter dare man forte, se serviva qualcuno per far questo o quell’altro. Vano. E rimanevo con la schiena sul vetro freddo, spalle alla strada, a guardarli senza parole. L’operosità giovanile mi mette di buon umore, ma non solo. Una punta di invidia mi punge il cuore, il cliché dell’eterna giovinezza, e mi persuado che invecchiando andrà di male in peggio. Per sfuggire alla situazione, quella umana universale, m’accosto ora alla parete, mi siedo sulla cassapanca. Tiro fuori dalla custodia di iuta il mio tamburo amato. Di questi tempi mi è impossibile evitar di portar dietro, a tracolla e pesante sulle spalle, lo djambé dal suono cavo e potente. La sera esco, per pellegrinazioni mondane e sociali, pronto a infilarmi nelle pieghe della città tumultuosa, con appresso il compagno. Tum, ta. Tutum, ta. Lo suono ovunque sia possibile, feste in appartamento, popolose piazze, addirittura nei pub qualche volta, nei centri sociali… Ora guardo Teo, sulla porta, alle prese con una canna sbilenca. Non mi sognerei mai di dirgli: che ti fumi, sei ancora un pupo… E chi sono io per dirlo? Sono nessuno. Un trentenne con già la pena di avere il doppio dei suoi anni. Ha una faccina sicura, Teo. Capelli biondicci, zigomi sporgenti e bocca tesa sullo spinello. Mi rassicuro: il fumo non lo aspira, oh no lo tiene in bocca, guardalo come gonfia le guance! Poi lo soffia sulla strada, con un lieve disprezzo mi pare, sfidando le narici e gli occhi dei passanti, in questo momento tutti anziani che tirano dritto. Io non smetto di suonare. Continuo a picchiar col palmo il centro del tamburo – tum! – e con le dita della mano il cerchio esterno: ta! E seguo le mosse di Carla, le sue treccine dread color carbone. Con le mani dentro guanti spropositati, da boxe sembra, afferra la teglia all’interno del forno, la tira a sé. In quest’operazione le chiappe s’affacciano nude ai jeans. La teglia arriva fumante nel mezzo del tavolaccio oblungo. – Questi jeans mi odiano, se ne fuggono via – dice ora rassettandosi coi guantoni da boxe… Tum, ta. Tra poco smetterò di suonare. Quasi pronto. Vedo Miriam che, anoressica esemplare, imbocca i ragazzi che incontra con le bruschette sul vassoio, tenuto con l’altra mano contro la bocca dello stomaco.

 

 

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Cervi

 

Qualche giorno fa, nella via per L. ho incontrato un cervo. Le corna scintillavano quasi nella luce dei fanali. Sembrava un’apparizione, più che una visione comune da queste parti, tra boschi e pendii. Forse c’entrava l’ora, mezzanotte in punto, appena scattata all’orologio sul cruscotto. Il parabrezza un po’ appannato sfuocava poi la visione, come nei film quando è evidente che un personaggio sta sognando. E il vento si sommava alle cause di quella sbaragliante sensazione. Per non contare la spavalderia del cervo. Stava immobile al centro della strada, le zampe di destra al di qua le altre di là dalla striscia continua.

Andavo avanti piano, e l’animale era ogni secondo più vicino. E più statuario. Quando ho potuto vedere gli occhi, quegli occhi!… ho subito avuto un’impressione di umanità, come dire, dignitosa e disperata al tempo stesso.

Potevo evitarlo, sconfinando con le ruote dal bordo strada, manovra semplicissima.

Ho deciso invece di fermarmi. A quel punto il muso rigido, come impagliato, era a due passi. Pensavo che, con un solo balzo, sarebbe potuto saltar sul cofano. Ma, guardando meglio in quegli occhi, ho intuito. Non so dire come. Capita che tra esseri viventi, nelle condizioni più strane, s’intuisca l’incomprensibile. Non avrebbe attaccato.

Così ho spento i fari. Rimaneva comunque la luce della luna, quasi piena sopra le fronde scompigliate al vento. Il cervo si è mosso.

Coi denti ha afferrato un fagotto, prima nascosto dietro la sua figura. Il fagotto si moveva, annaspava mentre veniva trascinato sulla strada. Ci ha messo parecchio tempo il cervo, per via della delicatezza. Forse era ferito. O era troppo piccolo e stupido. Poi sono scomparsi nel fogliame, e sono rimasto solo.

Mi sono accorto della stupidaggine. Su una strada non illuminata, rimanere immobile, coi fari spenti… Ho girato la chiave, ripartendo come in punta di ruota, col piede poggiato delicatamente sull’acceleratore.

 

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Censura in internet.
“I Paniz e gli Scilipoti sono guide alpine.”
“I Monti e i Draghi sono guide alpine.”




Sono le 17:07. Nel sito del corriere.it, a metà pagina leggo il titolo: “Strage del Vajont, oscurato il portale storico. Il gip di Belluno: «Offese a Paniz e Scilipoti»” E dopo il clic leggo:

“È bastata la denuncia di un deputato, Maurizio Paniz. E il gip di Belluno ha chiuso il portale sul Vajont. Il provvedimento è stato notificato ai 226 provider italiani, e molti hanno immediatamente sospeso la pubblicazione. Conteneva una definizione «offensiva» di Paniz e del suo collega Scilipoti.”

Il corriere.it, da buon quotidiano con la bocca pulita, non riporta le offese. Neppure censurando con gli asterischi. Non ci fa intuire che razza di offese può convincere un giudice per le indagini preliminari a ordinare l’immediata censura di un sito internet, e oltretutto – questo però è di secondaria importanza – un sito internet che contiene tanto altro: articoli di giornale, fotografie, interviste e video di rappresentazioni teatrali relativi al disastro del Vajont.

Insomma io che leggo non so quali offese, in questo paese, possano valere la censura completa da parte di un giudice. Cretino? Bastardo? Deficiente? (Ah no, deficiente non sarà: proprio l’altra sera (14/2/2012), durante la trasmissione del Festival di Sanremo, Adriano Celentano ha dato del deficiente al giornalista Aldo Grasso, e l’indomani in molti, tra cui un noto politico e un alto dirigente della rai, han dichiarato che Celentano non va censurato.)


Quanto alla censura del sito, leggo con preoccupazione nel blog dell’avvocato Fulvio Sarzana: “Sino ad oggi la magistratura aveva sempre esitato nell’imporre ai provider lo strumento dell’inibizione all’accesso per i cittadini italiani (…) e mai in precedenza, per una potenziale diffamazione, era stata adottata la misura dell’inibizione all’accesso ad un blog o ad un portale a carico di un cosi rilevante numero di internet providers.”

Va bene, andiamo al dunque.


La frase offensiva è questa:

(Ovviamente spero che riferire l’affermazione di un altro, con lo scopo di far riflettere chi legge sul contenuto che è valso la censura integrale del sito, non porti un altro giudice per le indagini preliminari a censurare il mio blog.)


Comunque sia, il mio provider ha evidentemente aderito alla censura. Infatti se immetto nel browser www.vajont.info non approdo a nulla e, secondo Google, il sito www.vajont.info esiste.

Da dove avrò preso dunque la citazione?


Forse è bene imparare subito ad usare i proxy – quei servizi che, tra gli altri, utilizzano cinesi iraniani siriani e tutti i cittadini sottoposti a regimi repressivi, e che servono appunto ad eludere la censura –, si sa mai che dovessimo averne bisogno davvero in futuro.

Al sito censurato si può accedere così. Questo è uno dei tanti server proxy disponibili all’indirizzo proxy.org.


Quanto alla frase offensiva, sicuramente è quella. Non è stata cancellata o modificata. Certo, è possibile aggiornare un sito web cancellando o modificando parti. Ma confrontando le versioni più recenti del sito reperibili in Internet Archive – il colossale archivio del web che funziona pressapoco come una macchina del tempo, specifichi cioè l’indirizzo web e una data e Internet Archive ti fa navigare il sito com’era a quella data, – www.vajont.info non risulta aver subito modifiche al riguardo. Il sito, com’era in data 22 luglio 2011, è navigabile a questo indirizzo.


Ora analizziamo la frase incriminata. Capiamo per quale motivo non è offensiva, benché meno diffamatoria.

Vostro Onore…

La frase qui riportata è quel che viene definito un periodo ipotetico della realtà. I verbi sono all’indicativo (“è” e “sono”). Sicché nel periodo viene formulata un’ipotesi ritenuta probabile.

La proposizione subordinata (protasi) è: Se la mafia è una montagna di merda.

La proposizione principale (apodosi) in correlazione con la subordinata condizionale è: I Paniz e gli Scilipoti sono guide alpine.

Secondo il vocabolario Treccani: “g. alpina, chi, per professione, accompagna escursionisti e scalatori dilettanti nelle zone montane o alpestri e nelle arrampicate guidandoli in qualità di capo cordata sulla roccia o sul ghiaccio e prestando tutti i consigli e i soccorsi necessarî.”

Ora, ci sono due parole che possono indurre a pensare si tratti di offesa. Una è mafia. L’altra è merda. Tuttavia le guide – che qui nella metafora sono i Paniz e gli Scilipoti – non coincidono e non si confondono né con l’una né con l’altra. No, loro guidano.

Infatti una guida alpina non coincide e non si confonde con la terra, i sassi, le rocce (elementi che compongono la montagna). Guida alpina è colui che guida, appunto, tra la terra, i sassi e le rocce. E chi guida su una “montagna di merda” non è la stessa merda. Insomma, “i Paniz e gli Scilipoti” sono cosa diversa dalla mafia, e dalla merda. Il mio cliente non ha diffamato nessuno.

Fine dell’arringa.

Per chi non ha capito, questo è un facsimile della linea difensiva che l’avvocato Maurizio Paniz avrebbe preparato, se si fosse trovato a difendere la persona che ha querelato. Ironia portami via…

 

 

P.S.


Esperimento:

Sostituiamo i termini della questione. Al posto di “mafia”, usiamo un’espressione che si riferisce ad un’altra organizzazione di potere ritenuta molto pericolosa e compromettente (forse anche più della mafia, oggidì). Che so io, “il mondo della mala finanza”, le cui banche hanno causato il dissesto che ha travolto praticamente tutti i paesi industrializzati di questo mondo.

Se il mondo della mala finanza è una montagna di merda: proposizione subordinata.

E nella proposizione principale, invece de “i Paniz e gli Scilipoti”, nominiamo per esempio: i Monti e i Draghi.

Viene fuori così: Se il mondo della mala finanza è una montagna di merda, i Monti e i Draghi sono le guide alpine.

E’ offensiva? Non so.

Dice qualche cosa di sensato? Lo san tutti che Mario Monti ha lavorato come advisor per Goldman & Sachs, una banca che ha ricoperto un certo ruolo nello scenario della crisi economica. Idem con patate per Draghi. Entrambi sono profondi conoscitori di quella finanza e hanno (avuto) con essa un qualche legame.

Dunque è sensato dire che conoscono a perfezione le scorciatoie, i sentieri del “mondo della mala finanza”? Sembra di sì. Se uno volesse esplorarli, diciamo così, quali migliori guide alpine potrebbe sperare di trovare?

(Questo ultimo paragrafo è ovviamente solo un esperimento linguistico fine a una riflessione più profonda sulla censura.)

 

 

 

Aggiornamento del 5 marzo 2012


(ANSA) – VENEZIA, 5 MAR – Le frasi riportate nel sito internet ‘vajont.info’ dal blogger bellunese Tiziano Dal Farra, 44 anni, diffamarono l’avvocato e deputato del Parlamento italiano Maurizio Paniz.

Lo ha deciso oggi il giudice del Tribunale di Udine, Francesca Feruglio, che ha condannato Dal Farra a 900 euro di multa e al risarcimento di 10 mila euro di danni a favore del parlamentare.

Il giudice ha disposto il dissequestro del sito internet, attraverso il quale il blogger porta avanti da tempo una campagna contro i politici locali.


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[revisione]

 

Ho cancellato temporaneamente gli ultimi due post (erano racconti brevi). Li sto rivedendo e ampliando. Conto poi di inserirli all’interno di una raccolta di racconti, insieme a quelli che sto ancora scrivendo e a quelli che scriverò. Pubblicherò nel blog questo materiale appena avrà assunto una forma meno provvisoria. Grazie intanto ai visitatori che li hanno letti e alla persona che ha commentato.

Le pubblicazioni del blog nel frattempo proseguiranno.

 

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La parola vuota “equità”

Il Presidente del Consiglio Monti dopo aver ricevuto l’incarico ha pronunciato la parola ispiratrice dell’operato del governo: “equità”.

Come tutte le parole vuote anche “equità” non ha un senso preciso. Che io sappia la maggior parte delle persone ha interpretato l’annuncio di Monti così: “non pagheranno ancora gli stessi”, “chi ha di più darà di più”. Ovviamente non tutti concordano sull’identità de “gli stessi”, ma questo è secondario. Sul mercato giornalistico è stata lanciata una nuova parola vuota. I singoli, le famiglie, le coppie hanno incominciato a masticarla. Monti è diventato per molti l’uomo dell’equità.

Quel che conta è il senso di familiarità acquisito nei confronti delle parole vuote in base al quale possono trasmettere sensazioni positive, negative o contrastanti. “Riforma della giustizia” per esempio ci dà sensazioni contrastanti: da una parte è giusto riformare “la giustizia”, sembrerebbe, ma dall’altra ci ricorda Berlusconi e quindi brr. “Meritocrazia” dà sensazioni positive perché tutti abbiamo dei meriti ed è giusto che vengano premiati. “Sicurezza” dà sensazioni positive ai più perché è bello sentirsi sicuri (meno vedere militarizzarsi il proprio quartiere). Idem per “equità”. Sensazione molto positiva.

Tra ieri e oggi, nell’ambito della comunicazione istituzionale del governo in merito ai provvedimenti che verranno proposti in parlamento (non più chiacchiere preliminari) ha fatto capolino di nuovo la parola “equità”. Ma dopo aver subìto una mutazione genetica, per così dire. E’ stata usata a proposito della riforma del sistema pensionistico. Si è parlato di “equità tra generazioni”. Non più quindi di equità nel senso di “non pagheranno ancora gli stessi” e “chi ha di più darà di più”. Ma di equità nel senso di: parecchie persone che avrebbero potuto andare in pensione entro una certa data e che presumibilmente avevano programmato la propria vita sulla base di questo, non potranno andare in pensione entro quella data. Alcune ci andranno parecchio più tardi. Ovvero: nel primo annuncio il principio dell’equità veniva considerato in relazione a “chi ha di più” e “chi ha di meno”, semplificando “tra ricchi e ceto medio”. Adesso “tra generazioni”.

Ora, chi è ricco se ne infischia della riforma delle pensioni. Magari ha messo in campo soluzioni alternative. O comunque può vivere di rendita (nel senso anche delle rendite finanziarie).

Quindi la riforma delle pensioni non interessa tanto “chi ha di più” (i ricchi). Interessa più che altro “chi ha di meno” (il ceto medio).

Questo spostamento di “equità” dal piano delle possibilità economiche a quello anagrafico/generazionale è un inganno bell’e buono. Si usa l’effetto emotivo della parola “equità” che si è prima costruito mediaticamente attribuendole un senso diverso per ammorbidire l’effetto perturbante della comunicazione della riforma pensionistica. Ha un che di pavloviano questa operazione… Cioè prima abituiamo le persone a reagire positivamente quando sentono o leggono la parola equità, sparandola a più non posso nel circuito dei media, poi usiamo la stessa parola in un altro discorso, impopolare e di segno opposto, per mitigare le reazioni. E’ possibile perché la parola non ha cambiato radicalmente di significato; vuol dire sempre qualcosa di assimilabile ad un criterio di giustizia; ma invece di riferirsi ai due insiemi dei ricchi e del ceto medio, si riferisce a due sottoinsiemi del ceto medio: quello dei giovani e quello dei vecchi, in soldoni. Non più equità tra “chi ha di più” e “chi ha di meno”, bensì equità tra “chi è nato prima” e “chi è nato dopo” una certa data all’interno dell’insieme delle persone che “hanno di meno” (quelle che vengono toccate nel vivo da questa riforma).

 

 

 

Aggiornamento del 05/12/2011 (Due casi)

 

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