Censura in internet.
“I Paniz e gli Scilipoti sono guide alpine.”
“I Monti e i Draghi sono guide alpine.”




Sono le 17:07. Nel sito del corriere.it, a metà pagina leggo il titolo: “Strage del Vajont, oscurato il portale storico. Il gip di Belluno: «Offese a Paniz e Scilipoti»” E dopo il clic leggo:

“È bastata la denuncia di un deputato, Maurizio Paniz. E il gip di Belluno ha chiuso il portale sul Vajont. Il provvedimento è stato notificato ai 226 provider italiani, e molti hanno immediatamente sospeso la pubblicazione. Conteneva una definizione «offensiva» di Paniz e del suo collega Scilipoti.”

Il corriere.it, da buon quotidiano con la bocca pulita, non riporta le offese. Neppure censurando con gli asterischi. Non ci fa intuire che razza di offese può convincere un giudice per le indagini preliminari a ordinare l’immediata censura di un sito internet, e oltretutto – questo però è di secondaria importanza – un sito internet che contiene tanto altro: articoli di giornale, fotografie, interviste e video di rappresentazioni teatrali relativi al disastro del Vajont.

Insomma io che leggo non so quali offese, in questo paese, possano valere la censura completa da parte di un giudice. Cretino? Bastardo? Deficiente? (Ah no, deficiente non sarà: proprio l’altra sera (14/2/2012), durante la trasmissione del Festival di Sanremo, Adriano Celentano ha dato del deficiente al giornalista Aldo Grasso, e l’indomani in molti, tra cui un noto politico e un alto dirigente della rai, han dichiarato che Celentano non va censurato.)


Quanto alla censura del sito, leggo con preoccupazione nel blog dell’avvocato Fulvio Sarzana: “Sino ad oggi la magistratura aveva sempre esitato nell’imporre ai provider lo strumento dell’inibizione all’accesso per i cittadini italiani (…) e mai in precedenza, per una potenziale diffamazione, era stata adottata la misura dell’inibizione all’accesso ad un blog o ad un portale a carico di un cosi rilevante numero di internet providers.”

Va bene, andiamo al dunque.


La frase offensiva è questa:

(Ovviamente spero che riferire l’affermazione di un altro, con lo scopo di far riflettere chi legge sul contenuto che è valso la censura integrale del sito, non porti un altro giudice per le indagini preliminari a censurare il mio blog.)


Comunque sia, il mio provider ha evidentemente aderito alla censura. Infatti se immetto nel browser www.vajont.info non approdo a nulla e, secondo Google, il sito www.vajont.info esiste.

Da dove avrò preso dunque la citazione?


Forse è bene imparare subito ad usare i proxy – quei servizi che, tra gli altri, utilizzano cinesi iraniani siriani e tutti i cittadini sottoposti a regimi repressivi, e che servono appunto ad eludere la censura –, si sa mai che dovessimo averne bisogno davvero in futuro.

Al sito censurato si può accedere così. Questo è uno dei tanti server proxy disponibili all’indirizzo proxy.org.


Quanto alla frase offensiva, sicuramente è quella. Non è stata cancellata o modificata. Certo, è possibile aggiornare un sito web cancellando o modificando parti. Ma confrontando le versioni più recenti del sito reperibili in Internet Archive – il colossale archivio del web che funziona pressapoco come una macchina del tempo, specifichi cioè l’indirizzo web e una data e Internet Archive ti fa navigare il sito com’era a quella data, – www.vajont.info non risulta aver subito modifiche al riguardo. Il sito, com’era in data 22 luglio 2011, è navigabile a questo indirizzo.


Ora analizziamo la frase incriminata. Capiamo per quale motivo non è offensiva, benché meno diffamatoria.

Vostro Onore…

La frase qui riportata è quel che viene definito un periodo ipotetico della realtà. I verbi sono all’indicativo (“è” e “sono”). Sicché nel periodo viene formulata un’ipotesi ritenuta probabile.

La proposizione subordinata (protasi) è: Se la mafia è una montagna di merda.

La proposizione principale (apodosi) in correlazione con la subordinata condizionale è: I Paniz e gli Scilipoti sono guide alpine.

Secondo il vocabolario Treccani: “g. alpina, chi, per professione, accompagna escursionisti e scalatori dilettanti nelle zone montane o alpestri e nelle arrampicate guidandoli in qualità di capo cordata sulla roccia o sul ghiaccio e prestando tutti i consigli e i soccorsi necessarî.”

Ora, ci sono due parole che possono indurre a pensare si tratti di offesa. Una è mafia. L’altra è merda. Tuttavia le guide – che qui nella metafora sono i Paniz e gli Scilipoti – non coincidono e non si confondono né con l’una né con l’altra. No, loro guidano.

Infatti una guida alpina non coincide e non si confonde con la terra, i sassi, le rocce (elementi che compongono la montagna). Guida alpina è colui che guida, appunto, tra la terra, i sassi e le rocce. E chi guida su una “montagna di merda” non è la stessa merda. Insomma, “i Paniz e gli Scilipoti” sono cosa diversa dalla mafia, e dalla merda. Il mio cliente non ha diffamato nessuno.

Fine dell’arringa.

Per chi non ha capito, questo è un facsimile della linea difensiva che l’avvocato Maurizio Paniz avrebbe preparato, se si fosse trovato a difendere la persona che ha querelato. Ironia portami via…

 

 

P.S.


Esperimento:

Sostituiamo i termini della questione. Al posto di “mafia”, usiamo un’espressione che si riferisce ad un’altra organizzazione di potere ritenuta molto pericolosa e compromettente (forse anche più della mafia, oggidì). Che so io, “il mondo della mala finanza”, le cui banche hanno causato il dissesto che ha travolto praticamente tutti i paesi industrializzati di questo mondo.

Se il mondo della mala finanza è una montagna di merda: proposizione subordinata.

E nella proposizione principale, invece de “i Paniz e gli Scilipoti”, nominiamo per esempio: i Monti e i Draghi.

Viene fuori così: Se il mondo della mala finanza è una montagna di merda, i Monti e i Draghi sono le guide alpine.

E’ offensiva? Non so.

Dice qualche cosa di sensato? Lo san tutti che Mario Monti ha lavorato come advisor per Goldman & Sachs, una banca che ha ricoperto un certo ruolo nello scenario della crisi economica. Idem con patate per Draghi. Entrambi sono profondi conoscitori di quella finanza e hanno (avuto) con essa un qualche legame.

Dunque è sensato dire che conoscono a perfezione le scorciatoie, i sentieri del “mondo della mala finanza”? Sembra di sì. Se uno volesse esplorarli, diciamo così, quali migliori guide alpine potrebbe sperare di trovare?

(Questo ultimo paragrafo è ovviamente solo un esperimento linguistico fine a una riflessione più profonda sulla censura.)

 

 

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Sul futuro

Pochi minuti dopo la mezzanotte, nel primo giorno di una qualunque settimana di pieno inverno freddo e bestiale, mi trovo seduto su questa sedia, al centro di una piccola casa indipendente (come dicono gli agenti immobiliari) a sua volta al centro di un piccolo paese, tutto innevato, e via così fino al piccolo Paese al centro di un piccolo mondo a sua volta al centro (forse) di un piccolo universo… In quali condizioni economiche atmosferiche esistenziali? La temperatura interna all’abitazione è di circa diciassette gradi, un paio di maglioni di lana e si sta bene. Fuori, oltre la finestrella completamente nera, la temperatura è di quindici gradi sotto zero. Non si sente nemmeno il lamento dei soliti cani. Ma poco fa, prima delle condizioni atmosferiche, ho nominato quelle economiche. Procedo in modo disordinato, come mio solito. Non so, ho l’impressione che nel confronto con le vite standard – con la medietà, cioè – la mia disponibilità mensile di denaro verrebbe associata subito alla categoria delle Persone Senza Futuro, per il momento. In base a quel che ho letto nei giornali e alle chiacchiere ascoltate in tv, non ho futuro. Finché la situazione non cambia, si intende. Allora adesso mi alzo, davvero, e vado alla finestrella. Schiaccio il naso contro il vetro, tant’è che si espande l’alone bianco all’altezza della bocca. Guardo. Cosa vedo? Tutto è nero, completamente nero. E’ il futuro. Oh che bella metafora – un po’ elementare, ammetto. La notte, il futuro. La vita, la finestra. E il vento gelido che fa tremare il vetro fa parte dello scenario metaforico. Poi torno seduto. E continuo a scrivere sul taccuino. Non sono d’accordo.

Di più. Mi ribello a questa ribellione conformista. Piccolo borghese. Provinciale. Nella fattispecie non sopporto più questi giovanotti, questi vegliardi, questi quarantenni stonati e giovanilisti, e tutti quelli che nei loro sproloqui abusano della parola futuro. Perché è una parola vuota. Futuro non significa un’acca. Questo torsolo di mela, avanzo della mia cena, occupa un orizzonte di senso più preciso ed importante di quella parola. Cos’è il futuro? E’ una casa con cane giardino e impianto di irrigazione temporizzato? O è, ad esempio, la maggiore disponibilità possibile di tempo da dedicare ai propri cari, ai propri amici, alla propria persona? O il futuro è una buona, sana, epicurea vecchiaia in una società in cui essere vecchi è impossibile? E non può essere il futuro, mettiamo, nella conoscenza? Per qualcuno potrebbe voler dire conoscere più cose, parole, lingue abitudini e culture di popoli, conoscere i nomi delle stelle, la filosofia di Donald Davidson, l’origine dei canti gregoriani, la teoria dei colori in pittura, il paso doble nel ballo della salsa. Insomma il futuro è nella famiglia, nella quantità di tempo che s’avrà a disposizione, nella conoscenza ecc.? O è tutte queste cose messe insieme? Ma è possibile conciliarle? Oppure è necessario scegliere?

Ora basta con le domande. La mano è un po’ stanca di scrivere. La testa si è svuotata riversando qui tutto. Risposte non ne ho, del resto. Ma sono contento di avervi fatto capire – spero cioè d’esserci riuscito – quanto mi disgusta l’uso indiscriminato di questa parola vuota. Mi ripugna. Moralmente intendo. I giovani senza futuro… La politica ci ruba il futuro… Dobbiamo riprenderci il nostro futuro… Che puzza. Sarebbe meglio cambiar l’aria. Oppure cambiare aria! Ma intendiamoci. Non significa che, in questa crisi economica, non ci siano i signor X che si vedono franare il presente sotto i piedi, i signor Y che debbono rinunciare al proprio progetto di vita, i signor Z preoccupati della futura pensione. No. Solo che i signori X, Y, Z potrebbero non condividere ciò a cui la parola si riferisce. Ma ancora non è chiaro. Parlo di me, allora.

Come ho scritto poco fa, ho una disponibilità di denaro mensile da tutti considerata insufficiente. Secondo gli standard, le medietà.

Eppure, sotto il profilo delle cose materiali, che mi manca? Ho da mangiare. Ho un posto dove dormire. Ho una chitarra. Ho i miei libri. Soprattutto ho parecchio tempo libero. Perché lavoro poco, per mia scelta, giusto l’indispensabile.

Il mio futuro è a queste coordinate. Tempo, suonare, mangiare, scrivere, dormire quanto il corpo ne abbisogna. Tempo, ribadisco. E lavorare il minimo indispensabile. Onestamente. Ho bisogno di altro? No.

Il mio futuro è qui. Nella precarietà, se vogliamo. Nella semplicità e nella libertà cui soltanto la poca disponibilità di danaro ti possono portare. Facciamo un ragionamento per assurdo, così ci capiamo.

Se il governo – allo scopo di “ridare il futuro ai giovani” – desse a ciascun cittadino un posto fisso, otto ore, cinque giorni su sette, e contemporaneamente abolisse d’un colpo il lavoro precario, in modo che l’unico contratto sottoscrivibile fosse a tempo indeterminato e a tempo pieno, via tutte le altre forme di lavoro, se ciò accadesse, per assurdo, io mi sentirei derubato del mio futuro. E nel contempo, sicuramente, molte persone vedrebbero restituirsi il proprio futuro. Perché futuro è una parola vuota. I futuri sono tanti, a volte opposti, a volte confluenti, altre complementari o solo confinanti.

E soprattutto mi scoccia quando la parola futuro entra nell’orbita delle ideologie della produttività e del lavoro. Mi scoccia quando la parola futuro viene direttamente messa in relazione al sistema di vita occidentale così come lo abbiamo conosciuto sinora. Quasi che la parola futuro non possa che rimandare a un sistema consolidato di valori, questo qui, che sta franando.

Ma è proprio la crisi che ci offre un’opportunità. Modificare i nostri stili di vita, il livello di produttività di ciascuno, il fabbisogno energetico e le previsioni di crescita del Paese. Se ne parla poco. E chi ne parla è visto come l’utopista, il sognatore. Ma dove è l’utopia – nelle previsioni strampalate di chi costringe gli Stati a politiche insensate di austerity, impoverendo i ceti più bassi e gettando acqua sul fuoco della rivolta sociale – o in chi dice basta! siamo arrivati al limite, siamo un organismo che più di così non cresce e facciamocene una ragione?

Un discorso lungo. E si è fatto tardi.

Domani ricopierò qui in basso una poesia di Salvatore Toma (1951-1987) che dice tutto quel che rimane da dire. E’ tratta dalla antologia Canzoniere della morte, Einaudi 1999.

Chiudo il taccuino.




Agli indiani d’America




Arriverà la vita

arriverà

arriveranno le grandi cime

mosse dal vento

l’azzurro dei fiumi

e la neve

e i giorni senza peccato.

Arriverà

la squaw dei tuoi pensieri

l’anima ideale

i figli ideali

e la vita.

Arriverà la primavera

coi suoi fiocchi rosa

come se avesse partorito

la femminilità.

Arriverà la gioia di vivere

a costo di morire.


Ritorneranno

le mandrie di bisonti

a ricordarci i polveroni americani.

All’orizzonte li avvisteremo come

una enorme traumatica onda gialla.

Ritorneranno gli indiani

i bambini chiassosi

con gli archi finti fantasiosi.

Ritorneranno

le squaw a lavare i panni

sulle rive dei fiumi celestiali

e il cane randagio fra le tende

che nessuno si sogna di scacciare.

Ritornerà la vista dei castori

innocenti roditori di tronchi

e le loro tane

le loro gallerie

l’aria delle praterie

e l’odore leggendario

dello sterco dei cavalli.

Ritornerà

il pioniere costruito d’avventure

di partenze di speranze

di terre promesse.


Arriverà la vita,

arriverà,

palazzi città auto ferrovie

saranno dilaniati come antilopi.

Il leone che è in noi

ruggirà in maniera mai sentita

sbranando uomini e donne

bambini invecchiati

e vecchi arroganti

malati di dominio.


Arriverà la pace

il silenzio mosso

da un canto divino.

Ci sentiremo lo stomaco

svuotato di carni

non avremo bisogno di mangiare

respireremo vento

aria neve gelsi

il selvatico che è in noi

prevarrà.

La verità

arriverà.




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[revisione]

 

Ho cancellato temporaneamente gli ultimi due post (erano racconti brevi). Li sto rivedendo e ampliando. Conto poi di inserirli all’interno di una raccolta di racconti, insieme a quelli che sto ancora scrivendo e a quelli che scriverò. Pubblicherò nel blog questo materiale appena avrà assunto una forma meno provvisoria. Grazie intanto ai visitatori che li hanno letti e alla persona che ha commentato.

Le pubblicazioni del blog nel frattempo proseguiranno.

 

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Cosa facciamo?


(Continua a leggere )

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La parola vuota “equità”

Il Presidente del Consiglio Monti dopo aver ricevuto l’incarico ha pronunciato la parola ispiratrice dell’operato del governo: “equità”.

Come tutte le parole vuote anche “equità” non ha un senso preciso. Che io sappia la maggior parte delle persone ha interpretato l’annuncio di Monti così: “non pagheranno ancora gli stessi”, “chi ha di più darà di più”. Ovviamente non tutti concordano sull’identità de “gli stessi”, ma questo è secondario. Sul mercato giornalistico è stata lanciata una nuova parola vuota. I singoli, le famiglie, le coppie hanno incominciato a masticarla. Monti è diventato per molti l’uomo dell’equità.

Quel che conta è il senso di familiarità acquisito nei confronti delle parole vuote in base al quale possono trasmettere sensazioni positive, negative o contrastanti. “Riforma della giustizia” per esempio ci dà sensazioni contrastanti: da una parte è giusto riformare “la giustizia”, sembrerebbe, ma dall’altra ci ricorda Berlusconi e quindi brr. “Meritocrazia” dà sensazioni positive perché tutti abbiamo dei meriti ed è giusto che vengano premiati. “Sicurezza” dà sensazioni positive ai più perché è bello sentirsi sicuri (meno vedere militarizzarsi il proprio quartiere). Idem per “equità”. Sensazione molto positiva.

Tra ieri e oggi, nell’ambito della comunicazione istituzionale del governo in merito ai provvedimenti che verranno proposti in parlamento (non più chiacchiere preliminari) ha fatto capolino di nuovo la parola “equità”. Ma dopo aver subìto una mutazione genetica, per così dire. E’ stata usata a proposito della riforma del sistema pensionistico. Si è parlato di “equità tra generazioni”. Non più quindi di equità nel senso di “non pagheranno ancora gli stessi” e “chi ha di più darà di più”. Ma di equità nel senso di: parecchie persone che avrebbero potuto andare in pensione entro una certa data e che presumibilmente avevano programmato la propria vita sulla base di questo, non potranno andare in pensione entro quella data. Alcune ci andranno parecchio più tardi. Ovvero: nel primo annuncio il principio dell’equità veniva considerato in relazione a “chi ha di più” e “chi ha di meno”, semplificando “tra ricchi e ceto medio”. Adesso “tra generazioni”.

Ora, chi è ricco se ne infischia della riforma delle pensioni. Magari ha messo in campo soluzioni alternative. O comunque può vivere di rendita (nel senso anche delle rendite finanziarie).

Quindi la riforma delle pensioni non interessa tanto “chi ha di più” (i ricchi). Interessa più che altro “chi ha di meno” (il ceto medio).

Questo spostamento di “equità” dal piano delle possibilità economiche a quello anagrafico/generazionale è un inganno bell’e buono. Si usa l’effetto emotivo della parola “equità” che si è prima costruito mediaticamente attribuendole un senso diverso per ammorbidire l’effetto perturbante della comunicazione della riforma pensionistica. Ha un che di pavloviano questa operazione… Cioè prima abituiamo le persone a reagire positivamente quando sentono o leggono la parola equità, sparandola a più non posso nel circuito dei media, poi usiamo la stessa parola in un altro discorso, impopolare e di segno opposto, per mitigare le reazioni. E’ possibile perché la parola non ha cambiato radicalmente di significato; vuol dire sempre qualcosa di assimilabile ad un criterio di giustizia; ma invece di riferirsi ai due insiemi dei ricchi e del ceto medio, si riferisce a due sottoinsiemi del ceto medio: quello dei giovani e quello dei vecchi, in soldoni. Non più equità tra “chi ha di più” e “chi ha di meno”, bensì equità tra “chi è nato prima” e “chi è nato dopo” una certa data all’interno dell’insieme delle persone che “hanno di meno” (quelle che vengono toccate nel vivo da questa riforma).

 

 

 

Aggiornamento del 05/12/2011 (Due casi)

 

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Wi-fi, fertilità

[Quest'articolo è apparso nel sito della BBC il 29 novembre scorso, sotto il titolo “Scientists question if wi-fi laptops can damage sperm”. Malgrado toni rassicuratori e dubbi più che tranquillizzanti, contiene informazioni che è utile diffondere. La traduzione è mia.]



Gli scienziati si chiedono se il wi-fi dei pc portatili possa danneggiare lo sperma


di Michelle Robert


Gli scienziati si stanno chiedendo se l’uso del wi-fi di un pc portatile per la navigazione in internet possa danneggiare la fertilità di un uomo, dopo che una prova di laboratorio ha indicato che lo sperma era significativamente danneggiato dopo solo quattro ore di esposizione.

I test di laboratorio hanno mostrato che gli spermatozoi avevano una ridotta capacità di nuotare e hanno avuto mutazioni del codice genetico di cui sono portatori.

Gli esperti sottolineano che ciò non vuol dire che lo stesso possa verificarsi in un ambiente reale e dicono agli uomini di non preoccuparsi eccessivamente.

Ma raccomandano ulteriori studi.

La ricerca preliminare, pubblicata nella rivista Fertility and Sterility [qui, ndt], ha esaminato i campioni di sperma di 29 donatori sani.

Ogni campione è stato separato in due contenitori. Uno di questi contenitori è stato tenuto per quattro ore vicino a un pc portatile connesso ad internet senza fili. L’altro è stato conservato nelle stesse condizioni, eccetto che per il pc portatile.

Gli scienziati, provenienti da Argentina e Stati Uniti, sospettano che l’effetto riscontrato non sia correlato al calore emanato dal pc portatile, sebbene il calore possa danneggiare lo sperma.


Sotto inchiesta


L’Agenzia per la Protezione della Salute del Regno Unito sta valutando attentamente la sicurezza del wi-fi.

Si sa che le persone che usano il wi-fi, o quelle che si trovano in prossimità di un apparecchio wi-fi, sono esposti ai segnali radio emessi – e una parte dell’energia trasmessa dai segnali viene assorbita dai loro corpi.

Tuttavia, i segnali hanno una potenza molto bassa.

L’Agenzia per la Protezione della Salute sostiene che non c’è una consistente evidenza ad oggi che i segnali radio del wi-fi nuociano alla salute della popolazione tutta.

Un esperto di fertilità del Regno Unito, il dr. Allan Pacey, professore associato del dipartimento di andrologia dell’Università di Sheffield, sostiene: “Lo studio è molto ben condotto, ma dobbiamo essere cauti su cosa si può dedurre a proposito della fertilità degli uomini che regolarmente usano i pc portatili col wi-fi sulle proprie ginocchia.”

“Gli spermatozoi sono particolarmenti sensibili a molti fattori perché all’esterno del corpo non hanno la protezione delle altre cellule, degli altri tessuti e fluidi del corpo in cui sono conservati prima dell’eiaculazione. Perciò, non possiamo dedurre da questo studio che perché un uomo usa un pc portatile con wi-fi sulle proprie ginocchia per più di quattro ore allora il suo sperma sarà necessariamente danneggiato e meno fertile”.

Abbiamo bisogno di grandi studi epidemiologici per stabilirlo, e per quel che ne so io non sono ancora stati fatti.” [Una possibile motivazione la si trova qui.]

Dice che gli uomini dovrebbero essere ancora cauti nel tenere in equilibrio sulle cosce un pc portatile per ore e ore.

“Sappiamo da altri studi che la parte inferiore del notebook può diventare incredibilmente calda e un involontario riscaldamento dei testicoli è un fattore di rischio per la scarsa qualità dello sperma. “

“Abbiamo il caso di un uomo che si è bruciato il pene utilizzando un pc portatile appoggiato alle ginocchia per lungo tempo. Pertanto, ci sono molte ragioni per cercare di usare un portatile su un tavolo quando si può, e questo potrebbe di per sé attenuare le eventuali preoccupazioni teoriche sul wi-fi.”

 

 

Altre informazioni scientifiche sul wi-fi si trovano in due articoli precedenti: qui e qui.

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La lettera K.

 

Mercoledì scorso ho ricevuto un’e-mail con oggetto “dove sei finito???” firmata con la lettera K. Il mittente sosteneva di dovermi parlare, per dirmi “una cosa incredibile e divertente”.

Subito ho pensato a un’e-mail pubblicitaria. Poi ho realizzato che non aveva senso un’e-mail pubblicitaria senza marchio e soprattutto senza un link. Forse poteva davvero essere un messaggio di una persona conosciuta, chissà quando, che riemergeva dal passato, càpita.

Ho risposto, dissimulando la curiosità con il distacco, chiedendo di fornirmi qualche coordinata, per esempio il nome.

La persona ha risposto irritata, il suo nome non era importante… Ma se non mi ricordavo di lei (dunque era una donna, ho scoperto) era perché lei era una persona poco interessante (ho fiutato del masochismo, a questo punto). Aggiungeva anche che io dovevo essere più interessante di lei. In quanto lei si ricordava perfettamente di me.

Ho replicato, non so perché, spiegando che l’interesse suscitato non c’entrava. Nel mio indirizzo e-mail era scritto chiaramente il nome, il suo era un susseguirsi di numeri e lettere per me senza senso. Io non potevo ricordarmi di lei. Che si firmasse, quindi.

K. risponde senza firmarsi, aggiungendo però – per incuriosirmi, visto che a quanto pare la curiosità era contemplata nel piano di molestia, – di avermi visto, un paio di giorni fa, in giro… E questa era la cosa “incredibile e divertente” di cui voleva parlarmi. Mi aveva “conosciuto” in rete, cioè avevamo scambiato qualche parola attraverso una chat (messenger, dove c’è anche una mia foto – ho ipotizzato – escludendo i miei pochi contatti facebook) e ora mi aveva incontrato nel mondo reale. Mercoledì sera quindi spengo il computer e vado a letto con una piccola spia in mente: “in effetti in questi giorni per vari motivi ho conosciuto molte persone nuove; e una di queste avrei potuto anche casualmente averla già conosciuta, per modo di dire, in internet chissà quando e in quale contesto; ma chi? e poi perché non me l’ha detto in faccia, ha aspettato un paio di giorni, mi ha scritto un’e-mail praticamente anonima, buttandola tutta sul mistero?”

Giovedì pomeriggio. Avevo alcune ipotesi sull’identità della misteriosa lei. Muovevo nella mente quattro figurine, come nel gioco delle tre carte. Dissimulo la curiosità e le scrivo molto determinato: o mi dice chi è, o chiudo la conversazione.

K. risponde “mi tratti male, sei uno scortese”.

Vado in bestia ma le rispondo razionalmente: ultimatum. “Ti ho visto su un treno”.

“Ah sì. Quando?”

“Questa settimana” (non più “un paio di giorni fa”).

“Non prendo treni da mesi.”

“Allora mi sono sbagliata. E comunque sei molto scortese.”

Che ti venga la stitichezza!

Ho avvisato che avrei bloccato la ricezione di e-mail da parte sua. L’ho fatto. E mi sono sentito più tranquillo.

La rete dà vita a una moltitudine di fantasmi, se non fai attenzione. Le chat le frequenta intensivamente una maggioranza di sociopatici. E io poi non so gestire le relazioni attraverso la rete. Questo mi son detto. Ma all’improvviso ho capito che cosa davvero mi inquietava in quei messaggi. La lettera K. Come avevo fatto a non pensarci prima? Ciao Franz.

 

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