La signora Q. è una donna alta, sui sessant’anni portati splendidamente. E’ suo il barboncino. Bianco, un po’ zoppo, il pelo cotonato. Stiamo camminando per il sentiero che va al vecchio oratorio. Io vado a fare un giro nel sole primaverile. Lei porta il cane a passeggio, col guinzaglio lungo, e gli parla, – Ora andiamo al vecchio oratorio, così io mi siedo su una panchina, tu corri, tu giochi. Il barboncino arranca e non si capisce come farà a correre, a giocare. Non parlo con la signora Q. Dopo il buongiorno mi sento disarmato, e la scorta di buone frasi a milleduecento metri d’altitudine è relegata al regno delle sciocchezze, soprattutto nei primi di giugno quando il tempo obbedisce alle aspettative e parlarne è più superfluo del superfluo. Arriviamo. Nel bar ci sono due anziani, giocano a briscola con le mani strette come se qualcuno potesse, o volesse portargli via tutte le carte. Apro la porticina e faccio per dare la precedenza alla signora e al cane.
– Io non entro – sussurra, trattenendo la bestia.
E aggiunge, facendo un passetto come di danza in direzione opposta: – Dentro c’è l’uomo che divora gli animali!
Le sorrido. Faccio finta di non sapere. Come? Ogni uomo qui ha un suo modo per tirarsi fuori dagli impicci. Il mio è un’espressione. Ma non saprei dire quale. Lo sanno gli altri, che mi vedono. Lei sa perfettamente che io so. Ma allora perché? Per il piacere del racconto, certo. Che è il motivo per cui io lo racconto a voi.
Qui nessuno sa o si ricorda il nome di quell’uomo, attacca la signora Q. andando su e giù col piede da un sasso grande come una noce. Ma era un uomo strano. Questo è più che sicuro. Strano come? Strano, come sono gli uomini strani. Strano come uno che vive da solo. Con un coniglio. In una catapecchia, sa, dove ci sono i magazzini della legna? Lì. Con un coniglio. Strano vero? Portava questo coniglio qui, al vecchio oratorio, ma non si fermava al bar. Entrava dritto nel verde. Senza salutare nessuno. Strano eh? Quest’uomo faceva l’operaio. Giù in città. Dove di preciso non si sa. Faceva giù e su, su e giù! Anche questo, strano. Comunque al pomeriggio, o forse dovrei dire alla sera, usciva dalla catapecchia, faceva questo sentiero. E poi? Ho già detto: entrava vigliaccamente, senza salutare nel parco. Rimaneva seduto. Dove è seduto ora. Oppure sull’altra panchina. Ma più spesso su quella. E’ più comoda. E il coniglio? Girava come un matto. Perché sa, gli animali prendono dai padroni ed è così che forse gli psicologi potrebbero decretare le malattie dei pazienti, analizzando il loro animale, cane gatto o coniglio. E se l’animale non c’è, oppure è morto dovrebbero sospettare le più gravi malattie, perché un uomo che non sa accompagnarsi, o non vuole accompagnarsi con un animale, beh ha qualcosa da nascondere, dentro, dentro di lui voglio dire, non so se mi capisce, dice la signora Q. Dopo avere fatto girare il suo coniglio, come un pazzo, dice la signora arringando al suo cane, come un pazzo, ribadisce, e inspiegabilmente si rivolge al cane, con un gesto di sprezzo, un gesto che sta a significare che fra il cane e il coniglio, quel coniglio non vi è alcuna parentela, dopo se ne tornava a casa. Lo strano. Nella catapecchia. Col coniglio. La signora Q. fa una pausa. Una pausa significativa per chi come me sa come andrà a finire questa storia. Il cane si sdraia su un fianco. La signora Q. lo guarda di sbieco. Forse lo vorrebbe più interessato. Ed è per questo, per il disinteresse esibito che la signora Q. prende di nuovo, magicamente, a considerarmi come unico interlocutore e sorride, un bel gesto da parte sua, ma so che la signora Q. può dare il suo meglio solo raccontando questa storia, ora e le faccio cenno perché continui, con gentilezza, con ponderazione sociale.
Un bel giorno accade la tragedia. Bello? Pessimo il giorno! E ora tu tappati le orecchie – grida al cane. Ma subito si pente. Guarda oltre la recinzione e controlla che fa l’uomo che divora gli animali. Avrà sentito? Questo si chiede, non c’è dubbio. Difatti poi mi invita ad andare più in là. All’imbocco del sentiero. A destra abbiamo una nutrita schiera di alberi, rigoglìo che anticipa un bosco. Dall’altra parte un burrone. E sopra le vette di altre montagne avvolte in una nebbiolina primaverile. Bello. Questo si è indubbiamente un bel giorno. Comunque:
G. ha visto un cane che arrivava. E’ stato a guardare per un po’. Il cane ha fatto il giro, è entrato dalla porticina, a questo punto G. ancora guardava. Ha fatto cenno a F., che se ne stava dietro il bancone. F. si è unito a guardare. – E’ proprio un bel cane! – deve aver detto F. a G. Oppure G. a F. La signora Q. è incerta. Fatto sta che F. è rimasto a guardare insieme a G. il cane che inseguiva il coniglio, con lo strano che zampettava intorno, annaspando, cercando di acchiappare il cane per la coda. – Di che razza è? – ha chiesto uno all’altro. – Come non vedi? Un dobermann – ha risposto l’altro, con uno sghignazzo. – Ed è di M.? – Certo che è di M. Ma lui dev’essere ancora nel bosco a cercarlo. Finisce sempre così…
E allora il cane ha chiuso il coniglio all’angolo. La povera bestia ansimava (il cane) mentre l’altra che era destinata a sfamarlo tremava, vigliaccheria.
Quel cane non mangiava abbastanza? Può darsi. C’era la bava a gocce agli angoli del muso. Le zampe tirate indietro, pronto a saltare. Ma presto i due si sono guardati inorriditi. Le mani strette intorno al collo, ginocchioni, in faccia le tracce della furia. Gli occhi stretti, gli archi dei sopraccigli tesi come sul punto di scoccare le pupille. Matto. Hanno pensato che non era roba di questo mondo. E il cane ringhiava. E l’uomo stringeva. Poi il dobermann si è liberato. Ha trotterellato intontito, ha urtato una panchina (quella). L’uomo guardava, i palmi delle mani sulla terra come quando si fanno flessioni. Il dobermann non poteva rinunciare. Sapendo di aver ragione, si è lanciato con le zampe tese. Il coniglio palpitava, palpitava come un cuore malato, la similitudine è mia: la signora dice vigliaccamente, o qualcosa del tipo. Graffi, pugni, ginocchiate, morsi e latrati, hanno ricominciato la lotta. Il cane morde in faccia lo strano. Sangue gocciola sull’erba. Ha le zampe sul petto, la maglietta a stracci. Le mani intorno al collo della bestia, a trattenerla. F. scappa e una volta dall’altra parte della rete urla: – Vado a chiamare M. Ultimo particolare che non può sfuggire a G. è la dentatura fine che sprofonda nella faccia. Poi pare che sia corso all’interno, dove su un tavolino c’era il telefono con cui, spalle alla porta, ha telefonato a T., il carabiniere, inutile passare per il centralino, più veloce così. Mentre parlava si è sentito afferrare, ha urlato, T. dall’altra parte che gridava – Come? Come!… Gli occhi sporchi di sangue. Una sorta di barba rossa, senza i peli, gocciante. La bocca si muoveva come a voler pronunciare. Ma usciva silenzio, e sangue.
– E’ stato orribile, orribile – pare che abbia detto ansimando G. a T., sostiene F. che era tornato con M. il padrone del dobermann, ora tutti e quattro intorno alla bestia, dubbiosi, non sul da farsi ma su come raccontare poi la vicenda. T. si chinava a tratti sullo strano, sdraiato sull’erba arabescata dalle gocce, dalle linee, dalle chiazze… – Adesso arriva l’elicottero! Non preoccuparti! Sistemiamo tutto noi qui!
M. piangeva sul cadavere. Pare che dicesse: e adesso chi mi accompagnerà nei boschi, chi? Come farò senza di te? Ma F. ricorda solo un grande silenzio subacqueo che coincide, io credo, con la regione della mente in cui si trovava sprofondato, un universo acquatico scaturito improvvisamente dal lungo tratto della ferita, sul collo del cane o su quel che ne poteva restare. L’elicottero è poi arrivato in fretta. Un’invasione di vento e di rumore in avvicinamento. Poi tutti con le mani sulle orecchie. I capelli mossi. Dalla bestia atterrata sul campo accanto, sono venuti fuori i due barellieri, gente di città assai pratica e di pochissime parole. Dopo qualche domanda a T., che avrebbe voluto invece dilungarsi, hanno preso lo strano. Sono corsi con la barella nel campo, dove l’elicottero a motori accesi e pale ancora vorticanti li ha inghiottiti. In questo tempo M. non si è mosso, la barba umida di sangue del cane, gli occhi accesi di ricordi.
Il rombo lontano, F. si è riavuto: – Il coniglio! Lo ha ripetuto un po’ di volte, finché tutti si sono voltati e hanno visto che, effettivamente, la bestia era ancora nell’angolo. Le orecchie schiacciate al corpo, il muso sulla terra. Immobile. E illeso.
– Che ne facciamo – ha chiesto F. preoccupato.
– Lo lasciamo libero, – T. ha detto dopo averci pensato un po’. E si è diretto verso la macchina.
La signora Q. ignora un mucchio di dettagli. A lei importa, più che altro, del destino del povero cane del signor M.
Le ridò la parola. – Sa, M. ha seppellito il cane nel bosco. Così quando ci va per fare le sue cose, se lo immagina lì, come un cane fantasma o il fantasma del suo cane. Triste, vero?
Non so cosa rispondere. Veniamo interrotti per fortuna dall’uomo che divora gli animali. Si è alzato dalla panchina in fondo. Ha chiuso la porticina e voltandosi ci ha mostrato di nuovo la faccia.
La signora ha rabbrividito, visibilmente. E’ corsa con lo sguardo al barboncino, accucciato e dormiente, sembrava, quasi che la storia gli avesse messo sonno. Io ho contato le cicatrici. Dall’angolo della bocca all’orecchio. Sulla punta del naso, forse asportata. Sopra l’occhio sinistro, intersezione con il sopracciglio. Gli occhi semichiusi, una riga orizzontale corre sulla fronte. Il mento a punta, innaturale. Mi sono fermato al numero di sei, perché l’uomo poi è andato oltre, e la nuca non mostrava ferite.
Ha preso il sentiero. Ha costeggiato il bosco dove pare che quel giorno il coniglio in libertà sia fuggito. Il bosco in cui il cane riposa.
E’ andato via dal campo visivo della signora Q. e del barboncino zoppo, mentre io distoglievo lo sguardo che sparavo al cielo come se mi aspettassi da un momento all’altro di vedere sbucare l’elicottero di quel brutto giorno.
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