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Censura in internet.
“I Paniz e gli Scilipoti sono guide alpine.”
“I Monti e i Draghi sono guide alpine.”
Sono le 17:07. Nel sito del corriere.it, a metà pagina leggo il titolo: “Strage del Vajont, oscurato il portale storico. Il gip di Belluno: «Offese a Paniz e Scilipoti»” E dopo il clic leggo:
“È bastata la denuncia di un deputato, Maurizio Paniz. E il gip di Belluno ha chiuso il portale sul Vajont. Il provvedimento è stato notificato ai 226 provider italiani, e molti hanno immediatamente sospeso la pubblicazione. Conteneva una definizione «offensiva» di Paniz e del suo collega Scilipoti.”
Il corriere.it, da buon quotidiano con la bocca pulita, non riporta le offese. Neppure censurando con gli asterischi. Non ci fa intuire che razza di offese può convincere un giudice per le indagini preliminari a ordinare l’immediata censura di un sito internet, e oltretutto – questo però è di secondaria importanza – un sito internet che contiene tanto altro: articoli di giornale, fotografie, interviste e video di rappresentazioni teatrali relativi al disastro del Vajont.
Insomma io che leggo non so quali offese, in questo paese, possano valere la censura completa da parte di un giudice. Cretino? Bastardo? Deficiente? (Ah no, deficiente non sarà: proprio l’altra sera (14/2/2012), durante la trasmissione del Festival di Sanremo, Adriano Celentano ha dato del deficiente al giornalista Aldo Grasso, e l’indomani in molti, tra cui un noto politico e un alto dirigente della rai, han dichiarato che Celentano non va censurato.)
Quanto alla censura del sito, leggo con preoccupazione nel blog dell’avvocato Fulvio Sarzana: “Sino ad oggi la magistratura aveva sempre esitato nell’imporre ai provider lo strumento dell’inibizione all’accesso per i cittadini italiani (…) e mai in precedenza, per una potenziale diffamazione, era stata adottata la misura dell’inibizione all’accesso ad un blog o ad un portale a carico di un cosi rilevante numero di internet providers.”
Va bene, andiamo al dunque.
La frase offensiva è questa:
(Ovviamente spero che riferire l’affermazione di un altro, con lo scopo di far riflettere chi legge sul contenuto che è valso la censura integrale del sito, non porti un altro giudice per le indagini preliminari a censurare il mio blog.)
Comunque sia, il mio provider ha evidentemente aderito alla censura. Infatti se immetto nel browser www.vajont.info non approdo a nulla e, secondo Google, il sito www.vajont.info esiste.
Da dove avrò preso dunque la citazione?
Forse è bene imparare subito ad usare i proxy – quei servizi che, tra gli altri, utilizzano cinesi iraniani siriani e tutti i cittadini sottoposti a regimi repressivi, e che servono appunto ad eludere la censura –, si sa mai che dovessimo averne bisogno davvero in futuro.
Al sito censurato si può accedere così. Questo è uno dei tanti server proxy disponibili all’indirizzo proxy.org.
Quanto alla frase offensiva, sicuramente è quella. Non è stata cancellata o modificata. Certo, è possibile aggiornare un sito web cancellando o modificando parti. Ma confrontando le versioni più recenti del sito reperibili in Internet Archive – il colossale archivio del web che funziona pressapoco come una macchina del tempo, specifichi cioè l’indirizzo web e una data e Internet Archive ti fa navigare il sito com’era a quella data, – www.vajont.info non risulta aver subito modifiche al riguardo. Il sito, com’era in data 22 luglio 2011, è navigabile a questo indirizzo.
Ora analizziamo la frase incriminata. Capiamo per quale motivo non è offensiva, benché meno diffamatoria.
Vostro Onore…
La frase qui riportata è quel che viene definito un periodo ipotetico della realtà. I verbi sono all’indicativo (“è” e “sono”). Sicché nel periodo viene formulata un’ipotesi ritenuta probabile.
La proposizione subordinata (protasi) è: Se la mafia è una montagna di merda.
La proposizione principale (apodosi) in correlazione con la subordinata condizionale è: I Paniz e gli Scilipoti sono guide alpine.
Secondo il vocabolario Treccani: “g. alpina, chi, per professione, accompagna escursionisti e scalatori dilettanti nelle zone montane o alpestri e nelle arrampicate guidandoli in qualità di capo cordata sulla roccia o sul ghiaccio e prestando tutti i consigli e i soccorsi necessarî.”
Ora, ci sono due parole che possono indurre a pensare si tratti di offesa. Una è mafia. L’altra è merda. Tuttavia le guide – che qui nella metafora sono i Paniz e gli Scilipoti – non coincidono e non si confondono né con l’una né con l’altra. No, loro guidano.
Infatti una guida alpina non coincide e non si confonde con la terra, i sassi, le rocce (elementi che compongono la montagna). Guida alpina è colui che guida, appunto, tra la terra, i sassi e le rocce. E chi guida su una “montagna di merda” non è la stessa merda. Insomma, “i Paniz e gli Scilipoti” sono cosa diversa dalla mafia, e dalla merda. Il mio cliente non ha diffamato nessuno.
Fine dell’arringa.
Per chi non ha capito, questo è un facsimile della linea difensiva che l’avvocato Maurizio Paniz avrebbe preparato, se si fosse trovato a difendere la persona che ha querelato. Ironia portami via…
P.S.
Esperimento:
Sostituiamo i termini della questione. Al posto di “mafia”, usiamo un’espressione che si riferisce ad un’altra organizzazione di potere ritenuta molto pericolosa e compromettente (forse anche più della mafia, oggidì). Che so io, “il mondo della mala finanza”, le cui banche hanno causato il dissesto che ha travolto praticamente tutti i paesi industrializzati di questo mondo.
Se il mondo della mala finanza è una montagna di merda: proposizione subordinata.
E nella proposizione principale, invece de “i Paniz e gli Scilipoti”, nominiamo per esempio: i Monti e i Draghi.
Viene fuori così: Se il mondo della mala finanza è una montagna di merda, i Monti e i Draghi sono le guide alpine.
E’ offensiva? Non so.
Dice qualche cosa di sensato? Lo san tutti che Mario Monti ha lavorato come advisor per Goldman & Sachs, una banca che ha ricoperto un certo ruolo nello scenario della crisi economica. Idem con patate per Draghi. Entrambi sono profondi conoscitori di quella finanza e hanno (avuto) con essa un qualche legame.
Dunque è sensato dire che conoscono a perfezione le scorciatoie, i sentieri del “mondo della mala finanza”? Sembra di sì. Se uno volesse esplorarli, diciamo così, quali migliori guide alpine potrebbe sperare di trovare?
(Questo ultimo paragrafo è ovviamente solo un esperimento linguistico fine a una riflessione più profonda sulla censura.)
Aggiornamento del 5 marzo 2012
(ANSA) – VENEZIA, 5 MAR – Le frasi riportate nel sito internet ‘vajont.info’ dal blogger bellunese Tiziano Dal Farra, 44 anni, diffamarono l’avvocato e deputato del Parlamento italiano Maurizio Paniz.
Lo ha deciso oggi il giudice del Tribunale di Udine, Francesca Feruglio, che ha condannato Dal Farra a 900 euro di multa e al risarcimento di 10 mila euro di danni a favore del parlamentare.
Il giudice ha disposto il dissequestro del sito internet, attraverso il quale il blogger porta avanti da tempo una campagna contro i politici locali.
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La parola vuota “equità”
Il Presidente del Consiglio Monti dopo aver ricevuto l’incarico ha pronunciato la parola ispiratrice dell’operato del governo: “equità”.
Come tutte le parole vuote anche “equità” non ha un senso preciso. Che io sappia la maggior parte delle persone ha interpretato l’annuncio di Monti così: “non pagheranno ancora gli stessi”, “chi ha di più darà di più”. Ovviamente non tutti concordano sull’identità de “gli stessi”, ma questo è secondario. Sul mercato giornalistico è stata lanciata una nuova parola vuota. I singoli, le famiglie, le coppie hanno incominciato a masticarla. Monti è diventato per molti l’uomo dell’equità.
Quel che conta è il senso di familiarità acquisito nei confronti delle parole vuote in base al quale possono trasmettere sensazioni positive, negative o contrastanti. “Riforma della giustizia” per esempio ci dà sensazioni contrastanti: da una parte è giusto riformare “la giustizia”, sembrerebbe, ma dall’altra ci ricorda Berlusconi e quindi brr. “Meritocrazia” dà sensazioni positive perché tutti abbiamo dei meriti ed è giusto che vengano premiati. “Sicurezza” dà sensazioni positive ai più perché è bello sentirsi sicuri (meno vedere militarizzarsi il proprio quartiere). Idem per “equità”. Sensazione molto positiva.
Tra ieri e oggi, nell’ambito della comunicazione istituzionale del governo in merito ai provvedimenti che verranno proposti in parlamento (non più chiacchiere preliminari) ha fatto capolino di nuovo la parola “equità”. Ma dopo aver subìto una mutazione genetica, per così dire. E’ stata usata a proposito della riforma del sistema pensionistico. Si è parlato di “equità tra generazioni”. Non più quindi di equità nel senso di “non pagheranno ancora gli stessi” e “chi ha di più darà di più”. Ma di equità nel senso di: parecchie persone che avrebbero potuto andare in pensione entro una certa data e che presumibilmente avevano programmato la propria vita sulla base di questo, non potranno andare in pensione entro quella data. Alcune ci andranno parecchio più tardi. Ovvero: nel primo annuncio il principio dell’equità veniva considerato in relazione a “chi ha di più” e “chi ha di meno”, semplificando “tra ricchi e ceto medio”. Adesso “tra generazioni”.
Ora, chi è ricco se ne infischia della riforma delle pensioni. Magari ha messo in campo soluzioni alternative. O comunque può vivere di rendita (nel senso anche delle rendite finanziarie).
Quindi la riforma delle pensioni non interessa tanto “chi ha di più” (i ricchi). Interessa più che altro “chi ha di meno” (il ceto medio).
Questo spostamento di “equità” dal piano delle possibilità economiche a quello anagrafico/generazionale è un inganno bell’e buono. Si usa l’effetto emotivo della parola “equità” che si è prima costruito mediaticamente attribuendole un senso diverso per ammorbidire l’effetto perturbante della comunicazione della riforma pensionistica. Ha un che di pavloviano questa operazione… Cioè prima abituiamo le persone a reagire positivamente quando sentono o leggono la parola equità, sparandola a più non posso nel circuito dei media, poi usiamo la stessa parola in un altro discorso, impopolare e di segno opposto, per mitigare le reazioni. E’ possibile perché la parola non ha cambiato radicalmente di significato; vuol dire sempre qualcosa di assimilabile ad un criterio di giustizia; ma invece di riferirsi ai due insiemi dei ricchi e del ceto medio, si riferisce a due sottoinsiemi del ceto medio: quello dei giovani e quello dei vecchi, in soldoni. Non più equità tra “chi ha di più” e “chi ha di meno”, bensì equità tra “chi è nato prima” e “chi è nato dopo” una certa data all’interno dell’insieme delle persone che “hanno di meno” (quelle che vengono toccate nel vivo da questa riforma).
Aggiornamento del 05/12/2011 (Due casi)
Wi-fi, fertilità
[Quest'articolo è apparso nel sito della BBC il 29 novembre scorso, sotto il titolo “Scientists question if wi-fi laptops can damage sperm”. Malgrado toni rassicuratori e dubbi più che tranquillizzanti, contiene informazioni che è utile diffondere. La traduzione è mia.]
Gli scienziati si chiedono se il wi-fi dei pc portatili possa danneggiare lo sperma
di Michelle Robert
Gli scienziati si stanno chiedendo se l’uso del wi-fi di un pc portatile per la navigazione in internet possa danneggiare la fertilità di un uomo, dopo che una prova di laboratorio ha indicato che lo sperma era significativamente danneggiato dopo solo quattro ore di esposizione.
I test di laboratorio hanno mostrato che gli spermatozoi avevano una ridotta capacità di nuotare e hanno avuto mutazioni del codice genetico di cui sono portatori.
Gli esperti sottolineano che ciò non vuol dire che lo stesso possa verificarsi in un ambiente reale e dicono agli uomini di non preoccuparsi eccessivamente.
Ma raccomandano ulteriori studi.
La ricerca preliminare, pubblicata nella rivista Fertility and Sterility [qui, ndt], ha esaminato i campioni di sperma di 29 donatori sani.
Ogni campione è stato separato in due contenitori. Uno di questi contenitori è stato tenuto per quattro ore vicino a un pc portatile connesso ad internet senza fili. L’altro è stato conservato nelle stesse condizioni, eccetto che per il pc portatile.
Gli scienziati, provenienti da Argentina e Stati Uniti, sospettano che l’effetto riscontrato non sia correlato al calore emanato dal pc portatile, sebbene il calore possa danneggiare lo sperma.
Sotto inchiesta
L’Agenzia per la Protezione della Salute del Regno Unito sta valutando attentamente la sicurezza del wi-fi.
Si sa che le persone che usano il wi-fi, o quelle che si trovano in prossimità di un apparecchio wi-fi, sono esposti ai segnali radio emessi – e una parte dell’energia trasmessa dai segnali viene assorbita dai loro corpi.
Tuttavia, i segnali hanno una potenza molto bassa.
L’Agenzia per la Protezione della Salute sostiene che non c’è una consistente evidenza ad oggi che i segnali radio del wi-fi nuociano alla salute della popolazione tutta.
Un esperto di fertilità del Regno Unito, il dr. Allan Pacey, professore associato del dipartimento di andrologia dell’Università di Sheffield, sostiene: “Lo studio è molto ben condotto, ma dobbiamo essere cauti su cosa si può dedurre a proposito della fertilità degli uomini che regolarmente usano i pc portatili col wi-fi sulle proprie ginocchia.”
“Gli spermatozoi sono particolarmenti sensibili a molti fattori perché all’esterno del corpo non hanno la protezione delle altre cellule, degli altri tessuti e fluidi del corpo in cui sono conservati prima dell’eiaculazione. Perciò, non possiamo dedurre da questo studio che perché un uomo usa un pc portatile con wi-fi sulle proprie ginocchia per più di quattro ore allora il suo sperma sarà necessariamente danneggiato e meno fertile”.
Abbiamo bisogno di grandi studi epidemiologici per stabilirlo, e per quel che ne so io non sono ancora stati fatti.” [Una possibile motivazione la si trova qui.]
Dice che gli uomini dovrebbero essere ancora cauti nel tenere in equilibrio sulle cosce un pc portatile per ore e ore.
“Sappiamo da altri studi che la parte inferiore del notebook può diventare incredibilmente calda e un involontario riscaldamento dei testicoli è un fattore di rischio per la scarsa qualità dello sperma. “
“Abbiamo il caso di un uomo che si è bruciato il pene utilizzando un pc portatile appoggiato alle ginocchia per lungo tempo. Pertanto, ci sono molte ragioni per cercare di usare un portatile su un tavolo quando si può, e questo potrebbe di per sé attenuare le eventuali preoccupazioni teoriche sul wi-fi.”
Altre informazioni scientifiche sul wi-fi si trovano in due articoli precedenti: qui e qui.
Di fiducia
sonettaccio politico
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Ecco l’ennesimo miracolaio. Pare che possa far mari e monti Monti, col nome che rima TRE MONTI (miracolaio fa rima con: guaio) e c’è chi dice andrà a far conti dov’era prima Tremonti; e che, gaio, rimetterà in riga il puttanaio. Io sono invece uno di quei tonti che se ricorro ad un macellaio (sociale) lo vorrei, in fin dei conti, scegliere nelle urne. Poi l’acciaio taglia e non serve dire: «Ma che tonti, meglio sarebbe stato un macellaio dei nostri, di fiducia… Ahiai Monti.» |
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Telefonini e tumori: non c’è smentita
Il 21 ottobre si è diffusa la notizia della pubblicazione (sulla rivista BMJ) di uno studio danese sul nesso tra alcune forme di tumore e l’uso dei telefonini. Ha fatto molto rumore, dapprima in internet, poi nei telegiornali e infine nei giornali. Qualche titolo a caso dalla rete: “Telefonini assolti per il tumore al cervello (Corriere.it)”, “Il cellulare? Non aumenta rischio di tumore. Così uno studio danese smonta la vecchia teoria (Il Giornale)”, “Il telefonino non causa il tumore al cervello! (Informazione.it)”, “Telefonini, smentito il rischio di tumore (Lettera43)”, “Studio ‘definitivo’: i cellulari non causano tumori (Zeusnews)”.
Da notare i toni sensazionalistici e assertori: assolti, smonta, non causa!, smentito, “definitivo”. (Intellettualmente più raffinato certo chi ha virgolettato la parola definitivo, tenendo conto della fallibilità di ogni tesi scientifica; anche se in questo caso, purtroppo, c’è poco anche di “definitivo”, cioè di probabile; en passant, per quale ragione al posto di «“definitivo” » non si usa la parola «probabile»? Sarebbe come se, per dire «giallino», io dicessi «“giallo”», ma vabbè, lasciamo correre).
Il problema, dicevo tra parentesi, è che la ciccia è poca. Dunque, brevemente la ricerca è stata condotta in questo modo:
Per cominciare, dobbiamo sapere che in Danimarca ciascun cittadino è schedato, per quanto riguarda le cure ricevute dal sistema sanitario. Per cui avendo l’accesso all’archivio statale è possibile sapere quanti e quali cittadini hanno ricevuto delle cure per una determinata patologia.
Esiste poi un altro archivio, che riguarda la telefonia mobile: qui sono stati registrati tutti gli abbonamenti sottoscritti dal 1982 al 1995. I dati riguardanti il periodo successivo non sono disponibili. E neppure figurano le cosiddette “utenze corporate”, intestate cioè non al singolo cittadino ma all’azienda presso cui lavora.
Quindi, a questo punto come hanno operato i ricercatori? Hanno suddiviso i cittadini danesi – circa 5 milioni e mezzo – in due gruppi: quello degli utenti (360mila circa) e quello dei non-utenti (tutti gli altri).
Poi, in tre tranches, hanno verificato la percentuale dei cittadini che si è ammalata di tumore al sistema nervoso, in entrambi i gruppi. Lo hanno fatto nel 1996, nel 2002 e nel 2007. E hanno constatato che la percentuale di malati tra utenti e non-utenti era pressoché la stessa. Quindi hanno concluso più o meno così: tra telefoni cellulari e tumori non c’è nesso causale. Un ragionamento inoppugnabile, nevvero?
Eh no.
Consideriamo la tranche del 1996. Al momento della verifica aveva senso classificare utenti e non utenti, poiché i dati risalivano all’anno passato, il 1995. Aveva senso, comunque relativamente. Gli utenti corporate – cioè quelli che adoperavano per lavoro il telefonino – non erano stati inclusi. Ed è noto a tutti che, agli inizi, quando i telefoni cellulari erano poco diffusi tra la popolazione, molte tra le persone che li utilizzavano lo facevano per motivi di lavoro. Per cui se non includi, per quanto riguarda il periodo 1982-1996, gli utenti corporate, non si può dire proprio che i tuoi risultati siano affidabili. Soprattutto dal momento che non è dato sapere quanti fossero gli utenti corporate. E poi perché queste persone – magari “heavy users”, utilizzatori accaniti per motivi di lavoro – figurano tra i non-utenti. E non finisce qui.
Il guaio più grosso è che i ricercatori non sanno quanto gli utenti hanno usato il loro apparecchio cellulare. Un minuto, dieci minuti, un’ora al giorno? Boh. Figurano tutti come utenti indistintamente. Non è stato possibile suddividere gli utenti per esempio “tra forti utilizzatori” e “utilizzatori occasionali”. Mentre è probabile che, se c’è un nesso tra tumori e uso dei telefonini, i più soggetti siano proprio i “forti utilizzatori”. Questa pecca riguarda tutte le tranches di questa indagine.
Tuttavia nelle altre verifiche (2002 e 2007) ci sono problemi più consistenti. Intanto, come abbiamo detto, gli utenti monitorati sono coloro i quali hanno fatto l’abbonamento entro il 1995. Quindi chi ha comperato un telefonino entro quell’anno, figura come utente, ai fini di questa ricerca. Tutti gli altri, compaiono invece tra i non-utenti. Ma è noto che, a cavallo del millennio, la diffusione di questo strumento è stata capillare. In Danimarca come in Italia, la maggior parte degli utilizzatori di telefonino ne sono entranti in possesso dopo il 1995. Ma, queste persone, che ripeto ad oggi sono la maggioranza, figurano tra i non-utenti. In pratica:
Nella tranche del 2002 i ricercatori hanno rilevato la percentuale di coloro che hanno contratto tumori al sistema nervoso, tra gli utenti, e tra i non utenti; e non hanno notato differenze. Eppure tra i non-utenti già cominciavano a esserci moltissimi utilizzatori (magari “heavy users”, chi lo sa). Nel 2007 addirittura, quando ormai tutti o quasi erano muniti di telefono cellulare, ancora questa ricerca distingueva in utenti e non-utenti, due gruppi che in realtà erano entrambi composti a maggioranza di utilizzatori di telefono cellulare. Insomma due gruppi distinti, che erano di fatto indistinti. Un bel pasticcio.
Ricapitoliamo. Non sappiamo il tempo d’uso di ciascun utente, e non possiamo quindi suddividere il gruppo degli utenti in “forti utilizzatori” e “utilizzatori occasionali”. In questo modo mettiamo nello stesso calderone chi ha usato il proprio cellulare per 1 minuto al mese (sto pensando ai miei nonni in questo momento), e chi per 10 ore al mese. Inoltre non possiamo distinguere (dopo il ’95) gli utilizzatori e i non utilizzatori. E poi, infine, non abbiamo i dati che riguardano le utenze corporate.
A questo aggiungiamo che non sappiamo niente dei bambini e degli adolescenti, per i limiti del suddetto database. E’ possibile che questi ultimi siano i soggetti più vulnerabili. Lo dicono per esempio i pareri scientifici e istituzionali citati in questo articolo.
Insomma, che cosa sappiamo di preciso? Quali sono i risultati “definitivi”, le ragioni per cui i telefoni cellulari sarebbero stati “assolti” (cit. il Corriere.it)?
Bah.
Io ho un sospetto. Temo che per un “giornalista” (metto anch’io le virgolette) abbia ormai senso solo la cronologia delle notizie, è importante cioè che un fatto sia avvenuto prima o dopo di un altro, il resto – tutto quel che riguarda la verità, l’esattezza, la certezza – non conta più niente.
Altrimenti non si spiegherebbe perché una indagine di questo tipo dovrebbe essere “definitiva”, quando arriva a smentire il parere di segno opposto dell’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro, espresso qualche mese fa, che era invece il risultato di una computa di centinaia di ricerche scientifiche, epidemiologiche e sperimentali, non di una ricerca statistica con i limiti della suddetta. Perché questa qui è “definitiva”? Semplice: perché è venuta dopo. (E’ un’ipotesi ovviamente, non posso leggere i pensieri dei “giornalisti”).
Wi-fi pubblico. Lettera al direttore generale del comune di Milano
[Pubblico la lettera che oggi ho inviato a Davide Corritore, direttore generale del Comune di Milano e, per conoscenza, a Giuliano Pisapia, sindaco di Milano.]
Gentile Davide Corritore,
forse non dovrei premettere che alle scorse elezioni comunali ho votato per Giuliano Pisapia, e che nella sua vittoria elettorale, come tanti, ho visto il primo segno di un cambiamento tanto atteso. Forse non dovrei perché il motivo per cui Le scrivo non riguarda il mio orientamento politico. Vorrei evitare però che questa comunicazione fosse interpretata in chiave di opposizione sulla base dello schieramento politico. E’ invece un discorso nel merito di un progetto della amministrazione comunale di cui Lei fa parte.
Dal Corriere della Sera di oggi, 13 ottobre 2011, apprendo che è stato definito un progetto per fare di Milano “la prima città italiana con l’accesso a Internet wireless al 100%”. A questo scopo è prevista l’attivazione di “migliaia di hot spot ai quali sarà possibile connettersi”. La lista dei possibili luoghi in cui installare gli hot spot comprenderebbe: “2500 pensiline Atm, 91.000 pali elettrici, 21.000 semafori e 750 edifici pubblici situati nell’intera area urbana”.
L’articolo conclude così: “Entro la fine del 2011 sarà comunicato come si svilupperà il progetto e quando sarà pronto. «Milano lancia il progetto, ora spero che i milanesi ci seguano»”
Questo pomeriggio alcuni milanesi si sono collegati al mio blog, per avere inserito nel motore di ricerca Google parole chiave come “tachicardia causata da wi fi”, “pericoli wi fi”, “danni alla salute del wi fi”, “consiglio d’europa wifi”. Questo perché nel mio blog sono riportate alcune informazioni scientifiche e comunicazioni istituzionali che riguardano il wi-fi. Curioso che dei cittadini milanesi cerchino in rete informazioni sui rischi sanitari legati ad una tecnologia che è stato annunciato verrà adottata massivamente in tutta la città. Che tra quegli utenti di internet ci fossero dei cittadini milanesi, lo deduco dal fatto che si collegavano tutti o quasi dall’area geografica di Milano. (E questo l’ho scoperto grazie al programma di analisi delle visite al blog.)
Comunque, ora Lei potrebbe domandarsi: cosa cercavano in rete questi cittadini milanesi?
Hanno cercato preminentemente tre informazioni. La prima riguarda il parere del Consiglio d’Europa sull’uso pubblico del wi-fi. La seconda riguarda il punto di vista dell’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro. La terza riguarda un riepilogo dei pareri scientifici contro l’uso indiscriminato di questa tecnologia.
Ora, dal momento che ha avuto la pazienza di leggere fin qui, La pregherei di leggere anche la breve sintesi delle informazioni che i suoi cittadini hanno cercato in internet.
(Questa e-mail si può leggere pubblicamente nel sito www.danielemuriano.com/blog. La versione elettronica comprende anche i link alle fonti citate, che qui ho dovuto omettere per evitare i filtri anti-spam della casella postale: dato che un messaggio con più di due link è classificato di solito automaticamente come spam).
1)
Il 18 maggio scorso il Consiglio d’Europa ha definito le tecnologie wi-fi un “potenziale pericolo” per la salute pubblica. Di conseguenza ritiene che l’uso delle tecnologie wi-fi andrebbe limitato il più possibile. Suggerisce perciò ai Governi degli Stati Membri di:
– revisionare i limiti correnti all’esposizione alle radiofrequenze;
– fare sì che gli utilizzatori del wi-fi vengano allertati con avvisi sulla pericolosità, analoghi a quelli sui pacchetti di sigarette;
– evitare l’uso di questa tecnologia nelle scuole e nei luoghi pubblici.
(Fonti: INAIL; Corriere della Sera)
Il Consiglio d’Europa, cito dal sito istituzionale, “ha come obiettivo quello di favorire la creazione di uno spazio democratico e giuridico comune in Europa, nel rispetto della Convenzione europea dei Diritti dell’Uomo e di altri testi di riferimento relativi alla tutela dell’individuo.”
2)
Il 31 maggio l’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro ha classificato i campi elettromagnetici a radiofrequenza come “possibilmente cancerogeni”. In particolare sono agenti possibilmente cancerogeni i campi elettromagnetici prodotti da telefonini, apparecchiature radar, ripetitori televisivi, per la telefonia mobile, router wi-fi.
Un Gruppo di Lavoro di 31 scienziati provenienti da 14 Paesi ha valutato i risultati di centinaia di ricerche scientifiche, prima di arrivare a questa conclusione, si apprende dal comunicato stampa di AIRC. Sono indagini epidemiologiche sull’uomo e studi sperimentali condotti sugli animali. La conclusione di AIRC è che l’esposizione prolungata e intensa ai campi elettromagnetici a radiofrequenza provoca un incremento del rischio di contrarre gliomi e neurinomi, rispettivamente tumori del cervello e del nervo uditivo.
3)
Secondo un rapporto dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, fino al 3 per cento della popolazione di un buon numero di paesi occidentali, denuncia i sintomi dell’elettrosensibilità.
Tra i sintomi, nei racconti delle persone che affermano di essere elettrosensibili, figurano: emicranie, sudorazione, tachicardia, vertigini e stanchezza; ma anche disturbi del comportamento e dell’attenzione, ansia e stati depressivi. L’insorgenza e l’inasprimento dei sintomi si hanno con l’esposizione prolungata a fonti elettromagnetiche comuni, tra cui i dispositivi wi-fi.
Un resoconto più dettagliato della situazione generale si legge in questo articolo.
Oltre agli studi del neuroscienziato Johansson, in base ai quali il Regno di Svezia ha riconosciuto l’elettrosensibilità dal punto di vista clinico e giuridico, sono centinaia i pareri medici e scientifici favorevoli.
Ci sono docenti universitari, scienziati e medici, tra cui neurobiologi oncologi biofisici e biologi, che affermano l’urgenza di considerare gli effetti nocivi dell’esposizione ai campi elettromagnetici.
Di seguito sono riportati alcuni pareri.
Nel giugno del 2008 più di cinquanta scienziati hanno firmato la “Risoluzione di Venezia”, con cui affermano:
“Riconosciamo il crescente problema di salute pubblica conosciuto come elettrosensibilità; che questa condizione di salute può essere molto invalidante, e che tale condizione richiede ulteriori urgenti indagini e riconoscimento.
E’ vivamente consigliato l’uso limitato di telefoni cellulari e altri dispositivi simili, da parte di bambini e adolescenti, e si richiede ai governi di applicare provvisoriamente il Principio di Precauzione, finché misure biologicamente più efficaci non saranno state sviluppate a protezione, non solo per quanto riguarda l’assorbimento del cervello di energia elettromagnetica, ma rispetto agli effetti negativi dei segnali sulla biochimica, sulla fisiologia e sui bioritmi elettrici.”
Un parere simile era stato espresso due anni prima nella risoluzione di Benevento, il cui testo in italiano si trova a questo indirizzo.
Nel 2009, l’oncologo Dominique Belpomme, il professore di oncologiaLennart Hardell, con il neuroscienziato Olle Johansson, dichiarano pubblicamente:
“Noi, i medici, che agiscono sotto il giuramento di Ippocrate, noi, come ricercatori (…), affermiamo in completa autonomia di giudizio, che esiste un numero crescente di pazienti diventati intolleranti ai campi elettromagnetici che subiscono un grave danno per quanto riguarda la salute e la loro vita lavorativa e familiare, che non è possibile escludere l’evoluzione di una malattia degenerativa del sistema nervoso e anche alcune forme di cancro, e, pertanto, che il danno deve essere riconosciuto e considerato dai sistemi di protezione sociale nei vari Stati membri della Comunità Europea.
Mettiamo in guardia il governo che lo stato attuale delle nostre conoscenze, non esclude che dopo un periodo sufficiente di esposizione, questa intolleranza possa coinvolgere anche i bambini e quindi causare un problema di salute pubblica importante nei prossimi anni” (Qui si trovano i filmati degli interventi;qui il testo in francese della dichiarazione).
E’ tutto. La ringrazio per l’attenzione che ha riservato alla mia lettera. Le porgo dei saluti cordiali e un sincero augurio di buon lavoro.
Daniele Muriano
Un liceo classico svecchiato
L’anno scolastico del liceo Parini di Milano è cominciato stavolta con una sfilata di moda. Apprendo la notizia dal Corriere.it. “Le studentesse del Parini scendono dallo scalone di via Goito e non hanno nulla da invidiare alle modelle professioniste”, “in prima fila c’è il preside ma si notano anche Salvatore e Jonella Ligresti, Malika Ayane, Caterina Caselli, Daniela Santanché…” tutti attenti ai capi indossati da “venti pariniane e un’altra decina di «milanesine» dal fisico impeccabile”. Venti pariniane e un’altra decina di «milanesine». In altre parole le venti ragazze più belle e magre (almeno a giudicare dalle fotografie) sono state affiancate da altre ragazze, la cui provenienza scolastica è incerta (ma di Milano), per inaugurare l’anno.
L’idea del preside, Carlo Arrigo Pedretti, è giustamente quella di “svecchiare l’immagine del liceo classico”. E’ generoso Carlo Arrigo Pedretti a voler “svecchiare l’immagine del liceo classico”. Perché non è giusto che un istituto storico come il Parini rimanga lì, sotto la polvere, se può rifulgere di modernità…
Trovo in Wikipedia i cognomi di alcuni ex studenti, gente morta da un po’, che ha contribuito nei secoli a impolverare questo istituto e non solo purtroppo: Manzoni, Cattaneo, Gadda, Morselli, Strehler, Grassi, Tobagi… Scopro che ci ha insegnato persino Cesare Musatti. E anche… Roberto Vecchioni. Beh sì uno con un simile cognome, vecchioni, non può che appartenere al vecchio. Ma c’è il preside Carlo Arrigo Pedretti che contribuisce a “svecchiare l’immagine del liceo classico”, per un soffio… Non sia mai che dal liceo Parini fuoriescano vecchioni nati tipo il Manzoni, sai che pizza, o depressi inveterati like Guido Morselli. No bisogna andare avanti, fuggire dal vecchio. «Questa iniziativa è un esempio della vita che va avanti, una proposta di riflessione sulla moda e sull’estetica» conclude il preside.
Questa iniziativa dimostra che, nonostante i tagli alla spesa pubblica del governo, nonostante tutto, l’istruzione pubblica dà segnali di vita. Siamo vivi, siamo vivi… E di carne. Era ora che qualcuno lo dicesse, grazie a un’iniziativa così fashion and cool, ai professori polverosi, ai genitori polverosi e ai figli polverosi (quelli brutti). Sì perché il 49% dei genitori – è scritto – e un numero imprecisato di docenti pare abbiano osteggiato questa bella sfilata, di sicuro dei livorosi, brutti, gente con un’idea vecchia di liceo classico.
La cultura però non era assente: infatti mentre le ragazze sfilavano un gruppo di liceali suonava la musica dei Coldplay e dei Clash. C’erano intermezzi in cui venivan letti brani da Il piacere di D’Annunzio (!) e dal Manifesto del futurismo… Tipo questo: “Noi vogliamo distruggere i musei, le biblioteche, le accademie d’ogni specie, e combattere contro il moralismo, il femminismo e contro ogni viltà opportunistica e utilitaria” (dal succitato Manifesto). Mi sembra estremamente educativo. Almeno io lo avrei scelto… Sono stati scelti anche brani di Pietro Verri e Goldoni, sicuramente meno interessanti.
Insomma, la già gloriosa storia del Parini si impenna. Di studenti modello ne ha avuti molti, forse troppi, ora è giusto che ci siano anche le studentesse modelle. Altrimenti dove vanno a finire le pari opportunità?


