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Sul futuro

Pochi minuti dopo la mezzanotte, nel primo giorno di una qualunque settimana di pieno inverno freddo e bestiale, mi trovo seduto su questa sedia, al centro di una piccola casa indipendente (come dicono gli agenti immobiliari) a sua volta al centro di un piccolo paese, tutto innevato, e via così fino al piccolo Paese al centro di un piccolo mondo a sua volta al centro (forse) di un piccolo universo… In quali condizioni economiche atmosferiche esistenziali? La temperatura interna all’abitazione è di circa diciassette gradi, un paio di maglioni di lana e si sta bene. Fuori, oltre la finestrella completamente nera, la temperatura è di quindici gradi sotto zero. Non si sente nemmeno il lamento dei soliti cani. Ma poco fa, prima delle condizioni atmosferiche, ho nominato quelle economiche. Procedo in modo disordinato, come mio solito. Non so, ho l’impressione che nel confronto con le vite standard – con la medietà, cioè – la mia disponibilità mensile di denaro verrebbe associata subito alla categoria delle Persone Senza Futuro, per il momento. In base a quel che ho letto nei giornali e alle chiacchiere ascoltate in tv, non ho futuro. Finché la situazione non cambia, si intende. Allora adesso mi alzo, davvero, e vado alla finestrella. Schiaccio il naso contro il vetro, tant’è che si espande l’alone bianco all’altezza della bocca. Guardo. Cosa vedo? Tutto è nero, completamente nero. E’ il futuro. Oh che bella metafora – un po’ elementare, ammetto. La notte, il futuro. La vita, la finestra. E il vento gelido che fa tremare il vetro fa parte dello scenario metaforico. Poi torno seduto. E continuo a scrivere sul taccuino. Non sono d’accordo.

Di più. Mi ribello a questa ribellione conformista. Piccolo borghese. Provinciale. Nella fattispecie non sopporto più questi giovanotti, questi vegliardi, questi quarantenni stonati e giovanilisti, e tutti quelli che nei loro sproloqui abusano della parola futuro. Perché è una parola vuota. Futuro non significa un’acca. Questo torsolo di mela, avanzo della mia cena, occupa un orizzonte di senso più preciso ed importante di quella parola. Cos’è il futuro? E’ una casa con cane giardino e impianto di irrigazione temporizzato? O è, ad esempio, la maggiore disponibilità possibile di tempo da dedicare ai propri cari, ai propri amici, alla propria persona? O il futuro è una buona, sana, epicurea vecchiaia in una società in cui essere vecchi è impossibile? E non può essere il futuro, mettiamo, nella conoscenza? Per qualcuno potrebbe voler dire conoscere più cose, parole, lingue abitudini e culture di popoli, conoscere i nomi delle stelle, la filosofia di Donald Davidson, l’origine dei canti gregoriani, la teoria dei colori in pittura, il paso doble nel ballo della salsa. Insomma il futuro è nella famiglia, nella quantità di tempo che s’avrà a disposizione, nella conoscenza ecc.? O è tutte queste cose messe insieme? Ma è possibile conciliarle? Oppure è necessario scegliere?

Ora basta con le domande. La mano è un po’ stanca di scrivere. La testa si è svuotata riversando qui tutto. Risposte non ne ho, del resto. Ma sono contento di avervi fatto capire – spero cioè d’esserci riuscito – quanto mi disgusta l’uso indiscriminato di questa parola vuota. Mi ripugna. Moralmente intendo. I giovani senza futuro… La politica ci ruba il futuro… Dobbiamo riprenderci il nostro futuro… Che puzza. Sarebbe meglio cambiar l’aria. Oppure cambiare aria! Ma intendiamoci. Non significa che, in questa crisi economica, non ci siano i signor X che si vedono franare il presente sotto i piedi, i signor Y che debbono rinunciare al proprio progetto di vita, i signor Z preoccupati della futura pensione. No. Solo che i signori X, Y, Z potrebbero non condividere ciò a cui la parola si riferisce. Ma ancora non è chiaro. Parlo di me, allora.

Come ho scritto poco fa, ho una disponibilità di denaro mensile da tutti considerata insufficiente. Secondo gli standard, le medietà.

Eppure, sotto il profilo delle cose materiali, che mi manca? Ho da mangiare. Ho un posto dove dormire. Ho una chitarra. Ho i miei libri. Soprattutto ho parecchio tempo libero. Perché lavoro poco, per mia scelta, giusto l’indispensabile.

Il mio futuro è a queste coordinate. Tempo, suonare, mangiare, scrivere, dormire quanto il corpo ne abbisogna. Tempo, ribadisco. E lavorare il minimo indispensabile. Onestamente. Ho bisogno di altro? No.

Il mio futuro è qui. Nella precarietà, se vogliamo. Nella semplicità e nella libertà cui soltanto la poca disponibilità di danaro ti possono portare. Facciamo un ragionamento per assurdo, così ci capiamo.

Se il governo – allo scopo di “ridare il futuro ai giovani” – desse a ciascun cittadino un posto fisso, otto ore, cinque giorni su sette, e contemporaneamente abolisse d’un colpo il lavoro precario, in modo che l’unico contratto sottoscrivibile fosse a tempo indeterminato e a tempo pieno, via tutte le altre forme di lavoro, se ciò accadesse, per assurdo, io mi sentirei derubato del mio futuro. E nel contempo, sicuramente, molte persone vedrebbero restituirsi il proprio futuro. Perché futuro è una parola vuota. I futuri sono tanti, a volte opposti, a volte confluenti, altre complementari o solo confinanti.

E soprattutto mi scoccia quando la parola futuro entra nell’orbita delle ideologie della produttività e del lavoro. Mi scoccia quando la parola futuro viene direttamente messa in relazione al sistema di vita occidentale così come lo abbiamo conosciuto sinora. Quasi che la parola futuro non possa che rimandare a un sistema consolidato di valori, questo qui, che sta franando.

Ma è proprio la crisi che ci offre un’opportunità. Modificare i nostri stili di vita, il livello di produttività di ciascuno, il fabbisogno energetico e le previsioni di crescita del Paese. Se ne parla poco. E chi ne parla è visto come l’utopista, il sognatore. Ma dove è l’utopia – nelle previsioni strampalate di chi costringe gli Stati a politiche insensate di austerity, impoverendo i ceti più bassi e gettando acqua sul fuoco della rivolta sociale – o in chi dice basta! siamo arrivati al limite, siamo un organismo che più di così non cresce e facciamocene una ragione?

Un discorso lungo. E si è fatto tardi.

Domani ricopierò qui in basso una poesia di Salvatore Toma (1951-1987) che dice tutto quel che rimane da dire. E’ tratta dalla antologia Canzoniere della morte, Einaudi 1999.

Chiudo il taccuino.




Agli indiani d’America




Arriverà la vita

arriverà

arriveranno le grandi cime

mosse dal vento

l’azzurro dei fiumi

e la neve

e i giorni senza peccato.

Arriverà

la squaw dei tuoi pensieri

l’anima ideale

i figli ideali

e la vita.

Arriverà la primavera

coi suoi fiocchi rosa

come se avesse partorito

la femminilità.

Arriverà la gioia di vivere

a costo di morire.


Ritorneranno

le mandrie di bisonti

a ricordarci i polveroni americani.

All’orizzonte li avvisteremo come

una enorme traumatica onda gialla.

Ritorneranno gli indiani

i bambini chiassosi

con gli archi finti fantasiosi.

Ritorneranno

le squaw a lavare i panni

sulle rive dei fiumi celestiali

e il cane randagio fra le tende

che nessuno si sogna di scacciare.

Ritornerà la vista dei castori

innocenti roditori di tronchi

e le loro tane

le loro gallerie

l’aria delle praterie

e l’odore leggendario

dello sterco dei cavalli.

Ritornerà

il pioniere costruito d’avventure

di partenze di speranze

di terre promesse.


Arriverà la vita,

arriverà,

palazzi città auto ferrovie

saranno dilaniati come antilopi.

Il leone che è in noi

ruggirà in maniera mai sentita

sbranando uomini e donne

bambini invecchiati

e vecchi arroganti

malati di dominio.


Arriverà la pace

il silenzio mosso

da un canto divino.

Ci sentiremo lo stomaco

svuotato di carni

non avremo bisogno di mangiare

respireremo vento

aria neve gelsi

il selvatico che è in noi

prevarrà.

La verità

arriverà.




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La lettera K.

 

Mercoledì scorso ho ricevuto un’e-mail con oggetto “dove sei finito???” firmata con la lettera K. Il mittente sosteneva di dovermi parlare, per dirmi “una cosa incredibile e divertente”.

Subito ho pensato a un’e-mail pubblicitaria. Poi ho realizzato che non aveva senso un’e-mail pubblicitaria senza marchio e soprattutto senza un link. Forse poteva davvero essere un messaggio di una persona conosciuta, chissà quando, che riemergeva dal passato, càpita.

Ho risposto, dissimulando la curiosità con il distacco, chiedendo di fornirmi qualche coordinata, per esempio il nome.

La persona ha risposto irritata, il suo nome non era importante… Ma se non mi ricordavo di lei (dunque era una donna, ho scoperto) era perché lei era una persona poco interessante (ho fiutato del masochismo, a questo punto). Aggiungeva anche che io dovevo essere più interessante di lei. In quanto lei si ricordava perfettamente di me.

Ho replicato, non so perché, spiegando che l’interesse suscitato non c’entrava. Nel mio indirizzo e-mail era scritto chiaramente il nome, il suo era un susseguirsi di numeri e lettere per me senza senso. Io non potevo ricordarmi di lei. Che si firmasse, quindi.

K. risponde senza firmarsi, aggiungendo però – per incuriosirmi, visto che a quanto pare la curiosità era contemplata nel piano di molestia, – di avermi visto, un paio di giorni fa, in giro… E questa era la cosa “incredibile e divertente” di cui voleva parlarmi. Mi aveva “conosciuto” in rete, cioè avevamo scambiato qualche parola attraverso una chat (messenger, dove c’è anche una mia foto – ho ipotizzato – escludendo i miei pochi contatti facebook) e ora mi aveva incontrato nel mondo reale. Mercoledì sera quindi spengo il computer e vado a letto con una piccola spia in mente: “in effetti in questi giorni per vari motivi ho conosciuto molte persone nuove; e una di queste avrei potuto anche casualmente averla già conosciuta, per modo di dire, in internet chissà quando e in quale contesto; ma chi? e poi perché non me l’ha detto in faccia, ha aspettato un paio di giorni, mi ha scritto un’e-mail praticamente anonima, buttandola tutta sul mistero?”

Giovedì pomeriggio. Avevo alcune ipotesi sull’identità della misteriosa lei. Muovevo nella mente quattro figurine, come nel gioco delle tre carte. Dissimulo la curiosità e le scrivo molto determinato: o mi dice chi è, o chiudo la conversazione.

K. risponde “mi tratti male, sei uno scortese”.

Vado in bestia ma le rispondo razionalmente: ultimatum. “Ti ho visto su un treno”.

“Ah sì. Quando?”

“Questa settimana” (non più “un paio di giorni fa”).

“Non prendo treni da mesi.”

“Allora mi sono sbagliata. E comunque sei molto scortese.”

Che ti venga la stitichezza!

Ho avvisato che avrei bloccato la ricezione di e-mail da parte sua. L’ho fatto. E mi sono sentito più tranquillo.

La rete dà vita a una moltitudine di fantasmi, se non fai attenzione. Le chat le frequenta intensivamente una maggioranza di sociopatici. E io poi non so gestire le relazioni attraverso la rete. Questo mi son detto. Ma all’improvviso ho capito che cosa davvero mi inquietava in quei messaggi. La lettera K. Come avevo fatto a non pensarci prima? Ciao Franz.

 

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Un forte interesse pubblico

Domenica (27 novembre) alle 21.30 su Rai3 andrà in onda una puntata di Report sui rischi per la salute legati all’uso del telefono cellulare.

Si parlerà poi dell’influenza esercitata dalle multinazionali del settore sulla ricerca scientifica. Leggo nel sito di Report: ”Per la prima volta, quest’anno, l’organizzazione mondiale della sanità ha classificato le microonde emesse dal cellulare come “possibili cancerogene”. Dietro questa classificazione ci sono stati colpi di scena e conflitti di interesse dei ricercatori coinvolti. L’inchiesta di Sabrina Giannini svela i retroscena della scienza finanziata, prevalentemente, dalle industrie del settore.”

Qui c’è il video promo della puntata.

Nel blog ho pubblicato alcuni articoli su questo argomento. E sono tra le pagine che hanno avuto più visualizzazioni (secondo il programma delle statistiche del sito). Non c’è giorno in cui non ricevo visite di navigatori che cercano in Google informazioni a questo proposito e arrivano qui. Credo che ci sia un forte interesse pubblico, soprattutto da parte di tutti i genitori che non sanno come comportarsi coi propri bambini. A che età permettere l’uso del telefono cellulare? E con quali modalità? Il wi-fi è rischioso? Etc. Tutte domande che vedo puntualmente formulate nelle ricerche in Google di cui leggo poi le parole chiave appunto grazie al programma delle statistiche. E mi sembra che a questo bisogno di informazione non corrispondano un interesse e un impegno equivalenti da parte dei mezzi di informazione. Se la tv pubblica può contribuire una volta tanto (vorrei vedere su LA7 che fa capo a Telecom Italia Media, una trasmissione del genere…) ben venga.

 

Ho pubblicato nel blog questi contributi (in ordine cronologico):

 

Bambini appesi a un filo. I rischi del wi-fi nelle scuole e l’elettrosensibilità

Wi-fi e soggetti vulnerabili

Lettera al direttore generale

Telefonini e tumori: non c’è smentita



Aggiornamento del 30/11/11. E’ possibile vedere la videoinchiesta di Sabrina Giannini nel sito di Report, qui.


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A proposito di futuro



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La perniciosa trasformazione in QUELLO LÌ

 

 

Trovo che quasi nessuno è più pericoloso di uno che ti sopravvaluta. Intendo un amico un conoscente o peggio un collega che, per motivi vari, manifesta un’idea esagerata di te. C’entra magari la tendenza a voler compiacere, facendo complimenti, non solo però: spesso è il bisogno di essere gregari e di cercare e magari inventarsi delle qualità inesistenti nel prossimo per poterlo considerare più forte, più intelligente, più. L’insicuro che cerca sicurezza negli altri. Che alla fine, se lo ascolti mettendo a tacere l’autocritica, se smetti di sorvegliarti è anche capace di rovinarti. Facendoti innamorare dell’immagine di te riflessa nei discorsi suoi. E dunque anche di lui, un poco. Troppo vischioso. Se ci sei dentro, in un rapporto del tipo, fatichi a renderti conto. Se la tua immagine ritoccata dai discorsi dell’altro è radicata, quando ti trovi insieme a questo manipolatore ti pare di essere quello là – il tizio che lui immagina tu sia. E ti piaci, è inevitabile. A tutti piace esser migliori di ciò che si è. E così diventate amici, capita almeno il più delle volte. La relazione si stringe, è una morsa. A te piace sempre più essere quello lì. E dimentichi che non lo sei. Non lo eri… E’ un gorgo allettante, verniciato di rose e fiori. Diventa un legame importante, tu e il manipolatore involontario. Inseparabili. … Descrivo la peggiore situazione possibile, perché non è detto che la malattia arrivi sino a questo punto. Alla fine ecco, ti sei trasformato completamente. Sei diventato quello lì. Più forte, più intelligente, più. Sei diventato un altro, sei cresciuto, così ti sembra. Hai un solo problema… Agli occhi dell’amico-manipolatore sei quello lì. Ma per gli altri no. Tutto il resto del mondo – altri amici conoscenti colleghi – capisce che non sei quello lì. Ma ormai è fatta. Non c’è ritorno. Pensi che nessuno ti capisce. Solo l’amico fraterno ti sa leggere dentro… il manipolatore. Tutti gli altri fraintendono. Tu sei diventato un altro. Sei quello lì. …Ma incompreso. Perché loro sono rimasti alla tua identità di prima. Non capiscono chi hanno di fronte. Il manipolatore invece sì. E dunque diventa il tuo amico più caro: colui che sa leggerti il cuore… E loro ogni giorno più ostili e ciechi… Incapaci di cogliere la metamorfosi. E tu non puoi accettarlo. No davvero. Come puoi rapportarti con chi ancora ti vede nella versione uno punto zero! Con chi ti fraintende continuamente. E allora zac. Ci dai un taglio. Bye bye balordi. Non voglio più avere a che fare con voi. Se proprio devo – per motivi di lavoro, convenienze etc – mi limito al necessario. Non una parola in più. Addio! Vi dimentico, vi ho dimenticati ecco, per me non esistete, non più. Il manipolatore ti comprende e ti valorizza. Loro no, al contrario. E tu vuoi essere te stesso. Non tolleri intralci nel realizzare un fondamentale obiettivo umano: essere se stessi. (Cosa mai vorrà dire? Mah). Comunque loro te lo impedivano. Per cui via, bum, congedati, dimenticati. Prima l’aria era viziata. Ma ora si respira. Ahh, finalmente puoi essere te stesso. Quello lì. E ringrazi il tuo amico, il manipolatore. Che davvero ti comprende pienamente. Lui che sa chi sei. Quello lì. Lo ringrazi di esserci, come si suol dire. Come faresti senza di lui? Non lo sai. Per fortuna uno che ti capisce – uno – ce l’hai. E il manipolatore ti sorride, appagato. Gran cosa l’amicizia, dice. Difficile dissentire, gran cosa, sì. Non lo sai, che sei fottuto. E non potrai accorgertene. Finché continuerai a esser quello lì… In certi casi è per sempre.

 

 

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Ogni giorno della propria vita


Oggi mi sono imbattuto in una storia e in alcuni dipinti davvero interessanti. E’ stato per puro caso. Stavo cercando un’immagine da abbinare ad un articolo, quando sullo schermo è apparsa una tela. Questa:





Allora ho cliccato su “Sito web per questa immagine”, e Google mi ha portato in questo sito dove ho potuto vedere altri dipinti e leggere la storia del pittore (che riporto in fondo al post). Il valore artistico delle tele e quello testimoniale del racconto hanno cortocircuitato. E’ stata un’esperienza di verità e di bellezza, di cui davvero ringrazio Vittorio Menditto.

L’unico contatto del pittore che sono riuscito a trovare è qui, nel social network Badoo.

Alcuni dipinti:







Mulini a vento








Rosa








Pantelleria








Paesaggio toscano








Venezia






“Sono Vittorio Menditto, ho 18 anni e sono tetraplegico. Due anni fa, a seguito di un incidente stradale sono rimasto paralizzato, ma comunque non mi sono mai abbattuto e ho scoperto che ogni giorno della propria vita bisogna viverlo positivamente per noi stessi e per le persone che tengono a noi!

In ospedale ho conosciuto Vincenzo, un pittore anche lui tetraplegico, ed è grazie a lui che ho intrapreso la strada della pittura.

I miei quadri rappresentano per lo più paesaggi e sono realizzati ad olio ed acrilico.

Mentre dipingo provo un senso di tranquillità e libertà e vedere che le mie opere sono apprezzate è una delle soddisfazioni più grandi.

Se non scoprivo questa passione non saprei proprio come avrei riempito le mie giornate!”




 


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La confessione di V.


V. è un amico. Ci conosciamo dal ’92, un’amicizia che dura da più di diciotto anni, maggiorenne si può dire e perciò so di lui molte cose.

Nacque nel 1980, in una famiglia non ricca. Si laureò nel 2005 all’Accademia di Belle Arti a Milano. E’ pittore. Obiettivamente, ha talento. Ha vinto alcuni concorsi e i suoi quadri sono stati esposti in luoghi prestigiosi. Vive e ha sempre vissuto con la sua famiglia.

Negli ultimi anni, salvo piccoli impegni e attività part-time, ha svolto un solo lavoro. Il più difficile e il più frustrante. Il lavoro di chi lo cerca, è un lavoro. Prevede un impegno costante, degli spostamenti con l’automobile o con i mezzi pubblici, gioie improvvise seguite da delusioni fulminanti. E il costo dei viaggi, delle telefonate, della carta da curricola non viene rimborsato. Ci vuol passione.

Ieri sera ho ricevuto una telefonata di V. Come al solito era un po’ agitato, ma portava buone nuove. Grazie alla raccomandazione di un amico del fratello, aveva trovato un posto di lavoro. Ed era adatto a lui. Niente uffici. Contatto con la gente. Viaggi continui durante i quali rilassarsi. E poi aveva modo di promuoversi come pittore.

La vendita porta a porta, checché se ne pensi, è ancora molto diffusa. Nel suo caso, si tratta di vender cose di cui è meglio non dir niente per evitargli guai con i “datori”. Svolge attualmente quell’attività. Potrebbe essere individuato. A scanso di equivoci, questa è una storia vera.

Missione: recarsi in una data zona della città, rigorosamente in periferia dove queste cose si vendono più facilmente; farsi aprire il portone in qualche modo e salire le scale – i clienti potenziali di questa cosa abitano in palazzi che difficilmente vantano ascensori; recitare la frase d’aggancio che tutti i venditori della società devono sapere a memoria (non c’è spazio per l’improvvisazione); a questo punto cercare in ogni modo, meglio se con arroganza, di entrare nell’appartamento del cliente, che spesso non parla la stessa lingua. Lo straniero è il suo target. Convincerlo a comprare, perché ci guadagna, anche se non ci capisce niente. Ripetere lo stesso schema con tutte le porte del condominio.

V. non ha calli morali sufficienti per fare bene il suo lavoro. Dovrebbe insistere, «pressare» il cliente che, testone, non capisce l’affare che gli si propone. Così, dopo il primo tentativo, se il cliente non vuole essere un cliente, non insiste. Toglie una maschera, ne mette un’altra. E si promuove come pittore. Ritratti, bozzetti e poi quadri a prezzi modici. Ritratto per sua figlia? Scorcio di mare con scogli? Veduta della città dall’alto? Signora, quel che vuole! Spesso le persone non intendono, o magari hanno bisogni primari da soddisfare. Però V. ci prova, perché non si sa mai.

C’è un problema, ha detto V. al telefono. Non ha una retribuzione fissa. Viene pagato per ogni cosa venduta. E non è facile vendere, ci vuole un disprezzo professionale di cui non si ritiene capace. Ma ha delle speranze. Infatti la logica della società non è semplice come sembra. I venditori sono pagati a provvigione, tuttavia per ogni cosa venduta, oltre a incassare una percentuale sulla vendita, accumulano dei punti. Una vendita equivale a cinque punti. Bisogna sommare i punti giorno per giorno. Al raggiungimento di duecento punti, al venditore viene riconosciuto un mensile di trecento euro. E’ qualcosa, ha detto V. In sei mesi, ce la fai! E la carriera decolla. A quota cinquecento poi addirittura il mensile raddoppia. Nel giro di un anno, ha calcolato V. in base alle vendite fatte sinora, avrò uno stipendio di ottocento euro. Oltre alle provvigioni! Non ricordo quanti punti occorrano per questo obiettivo.

Venerdì scorso un cassiere del Carrefour, dopo avere calcolato il totale, mi ha avvisato che, con i punti accumulati sulla Carta Amica, avevo diritto a un frullatore.

V. ha detto qualcosa di simile: «Tutto questo non mi preoccupa. Il tempo passa e io accumulerò punti. Il fatto è che non ho contratto. Sono più in nero del buio. Niente contributi, niente malattia, niente di niente. Per lo Stato sono disoccupato.

«Il problema non è lo Stato, – ha precisato V. – è l’azienda. Infatti, cosa impedisce ai miei datori di lavoro di buttarmi fuori appena raggiungo 199 punti? Prima dello scatto finale, sul traguardo per il mensile, si liberano di me. E’ possibile, no? Così non pagano il mensile e prendono un altro al mio posto che sta a zero punti. E’ possibile.»

Ma c’era un nuovo, ancor più insormontabile ostacolo. V. pagava di tasca propria i biglietti dei mezzi pubblici, o dei treni quando ai venditori veniva comandato di muoversi in zone lontane della provincia. Aveva speso parecchio, in viaggi. E non gli avevano ancora pagato i compensi del primo mese (cento euro quasi).

Era senza denaro. E ci voleva denaro, per viaggiare con i mezzi pubblici e con i treni. Ci voleva denaro, per vendere. Ci voleva denaro, insomma, per stare in quell’azienda

Non ho più i soldi per lavorare, mi ha confessato V.


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