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Nota per la categoria ‘racconti’
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La parola vuota “equità”
Il Presidente del Consiglio Monti dopo aver ricevuto l’incarico ha pronunciato la parola ispiratrice dell’operato del governo: “equità”.
Come tutte le parole vuote anche “equità” non ha un senso preciso. Che io sappia la maggior parte delle persone ha interpretato l’annuncio di Monti così: “non pagheranno ancora gli stessi”, “chi ha di più darà di più”. Ovviamente non tutti concordano sull’identità de “gli stessi”, ma questo è secondario. Sul mercato giornalistico è stata lanciata una nuova parola vuota. I singoli, le famiglie, le coppie hanno incominciato a masticarla. Monti è diventato per molti l’uomo dell’equità.
Quel che conta è il senso di familiarità acquisito nei confronti delle parole vuote in base al quale possono trasmettere sensazioni positive, negative o contrastanti. “Riforma della giustizia” per esempio ci dà sensazioni contrastanti: da una parte è giusto riformare “la giustizia”, sembrerebbe, ma dall’altra ci ricorda Berlusconi e quindi brr. “Meritocrazia” dà sensazioni positive perché tutti abbiamo dei meriti ed è giusto che vengano premiati. “Sicurezza” dà sensazioni positive ai più perché è bello sentirsi sicuri (meno vedere militarizzarsi il proprio quartiere). Idem per “equità”. Sensazione molto positiva.
Tra ieri e oggi, nell’ambito della comunicazione istituzionale del governo in merito ai provvedimenti che verranno proposti in parlamento (non più chiacchiere preliminari) ha fatto capolino di nuovo la parola “equità”. Ma dopo aver subìto una mutazione genetica, per così dire. E’ stata usata a proposito della riforma del sistema pensionistico. Si è parlato di “equità tra generazioni”. Non più quindi di equità nel senso di “non pagheranno ancora gli stessi” e “chi ha di più darà di più”. Ma di equità nel senso di: parecchie persone che avrebbero potuto andare in pensione entro una certa data e che presumibilmente avevano programmato la propria vita sulla base di questo, non potranno andare in pensione entro quella data. Alcune ci andranno parecchio più tardi. Ovvero: nel primo annuncio il principio dell’equità veniva considerato in relazione a “chi ha di più” e “chi ha di meno”, semplificando “tra ricchi e ceto medio”. Adesso “tra generazioni”.
Ora, chi è ricco se ne infischia della riforma delle pensioni. Magari ha messo in campo soluzioni alternative. O comunque può vivere di rendita (nel senso anche delle rendite finanziarie).
Quindi la riforma delle pensioni non interessa tanto “chi ha di più” (i ricchi). Interessa più che altro “chi ha di meno” (il ceto medio).
Questo spostamento di “equità” dal piano delle possibilità economiche a quello anagrafico/generazionale è un inganno bell’e buono. Si usa l’effetto emotivo della parola “equità” che si è prima costruito mediaticamente attribuendole un senso diverso per ammorbidire l’effetto perturbante della comunicazione della riforma pensionistica. Ha un che di pavloviano questa operazione… Cioè prima abituiamo le persone a reagire positivamente quando sentono o leggono la parola equità, sparandola a più non posso nel circuito dei media, poi usiamo la stessa parola in un altro discorso, impopolare e di segno opposto, per mitigare le reazioni. E’ possibile perché la parola non ha cambiato radicalmente di significato; vuol dire sempre qualcosa di assimilabile ad un criterio di giustizia; ma invece di riferirsi ai due insiemi dei ricchi e del ceto medio, si riferisce a due sottoinsiemi del ceto medio: quello dei giovani e quello dei vecchi, in soldoni. Non più equità tra “chi ha di più” e “chi ha di meno”, bensì equità tra “chi è nato prima” e “chi è nato dopo” una certa data all’interno dell’insieme delle persone che “hanno di meno” (quelle che vengono toccate nel vivo da questa riforma).
Aggiornamento del 05/12/2011 (Due casi)