Quaderno



  

A nove anni

 

Mi consideravo un adulto e di conseguenza non capivo perché tutti mi trattavano nel modo più sgradevole: per loro ero non soltanto un bambino, ma uno che sopravvaluta se stesso, in breve un pericolo. Questo risvolto, per il quale molti, in fin dei conti, avevano paura di me, aveva anche i suoi lati positivi. Perché a volte, vedete, mi prendeva una voglia matta di uscire nella notte, come fanno gli adulti migliori, invece di poltrire; e dopo quell’episodio fortunato di fuga, quando il portiere mi ripescò tra gli alberi del cortile, a mezzanotte passata, mentre i miei credevano fossi a letto, dopo di allora presero delle precauzioni. Sentirmi braccato in ogni angolo della casa, e controllato nel mio sonno era una vera pacchia. In un primo momento potevo fingere di dormire, per poi scattare a occhi aperti d’un tratto e innervosire parecchio i miei carcerieri, in particolare la nonna che inalava una quantità d’aria insospettabile, come fanno i cacciatori per non far rumore nel buio, tra i boschi, poi sobbalzava, e tornava in sala sbuffando, per interi minuti ma senza diminuire lo spavento, finchè il papà veniva in camera a dire che scherzi del genere sono da bambini, la nonna è vecchia e potrebbe rimanerci. In un primo momento c'era il terrore, poi subentrava un aspetto sacrale, per così dire, della mia condizione di adulto-bambino. Come si può chiamare altrimenti quella paura velata che ci ispirano esseri diversi da noi, concepiti come innocenti e dei quali l’indifferenza è non solo accettata, ma è pure una delle principali caratteristiche? Insomma, potevo spaventare a morte la nonna e nello stesso tempo amarla. Spalancando gli occhi nella penombra e godendo del suo timore, dato dalla presunzione che i bimbi sono fuori dai giochi in piena notte, diventavo grande, anche più di un adulto. Lo sapevo, ero più puro e potente di lei che aveva sessantotto anni.