Interventi

Leopardi e Wittgenstein

Queste riflessioni sono un commento a questo post, che riprende il discorso articolato in quest’altro post (cito i principali; il testimone è stato ripreso poi anche in altri post)

Comunque questa storia del valore estetico pesato col bilancino è assurda. Perché di Leopardi non si cita piuttosto quel passo dello Zibaldone in cui le possibilità di giudizio su un’opera vengono messe seriamente in discussione, perché troppo legate allo “stato di salute” dell’immaginazione del lettore nel momento della lettura? Se non erro, vado a memoria, Leopardi riporta la propria esperienza di lettore: a volte leggendo una stessa opera in momenti diversi della vita se ne traggono effetti e quindi giudizi completamente diversi, suggerisce perciò di non fidarsi mai di un giudizio, neppure del proprio, in quanto alcune variabili del processo di riconoscimento di quella che noi chiamiamo “qualità” si trovano nel lettore, nella “qualità” della sua immaginazione, condizionata spesso più che dalle esperienze di lettura e dalla preparazione culturale (Leopardi è sempre Leopardi, nel corso della sua vita) da altri fattori non riconducibili alla Cultura. Non mi sembra un’idea da confinare in un periodo storico o nella mente di personalità ballerine o ciclotimiche… Il fatto che la “cassa di risonanza” dell’immaginazione di ogni lettore e quindi la voce dello scrittore che da essa viene “amplificata” cioè resa udibile possano variare nel tempo, e variare da persona a persona, non solo su basi culturali, ma anche esterne, naturali… è ovvio! Se ci si riferisce invece alla nozione di qualità paragonando un libro a una forma di parmigiano, la cui qualità viene appunto certificata etc (come qualcuno pacificamente ha sostenuto qui), il motivo è un altro. Provo a spiegarmi.

 

Nel post l’autore cita Wittgenstein. Il vero problema del sapere-come-so-quello-che-so (e di conseguenza in base a quale presupposto è “certo” quel che dico) impatta più che altro con la stabilità di ciò che Wittgenstein (mi riferisco all’ultimo Wittgenstein, quello di “Della certezza”) chiama sistema. Perché si possa confermare o confutare una qualunque tesi all’interno di un sistema, si devono accettare i fondamenti del sistema stesso che “non è tanto il punto di partenza, quanto piuttosto l’elemento vitale dell’argomentazione.”(Della certezza, numero 105). Quindi, fuori dal sistema non si può parlare di niente che riguardi il sistema. Per continuare il discorso (o gioco linguistico) bisogna assolutamente restare entro i confini del sistema.
Nel nostro caso, il discorso sulla “qualità” di un’opera e sui criteri di giudizio è iscritto in un sistema i cui confini coincidono con l’ammissione dell’assoluta soggettività dell’atto della lettura. (Oltre i quali il discorso perde completamente di senso.)
Ad esempio. Quell’argomento ripreso dallo Zibaldone non coincide con la tesi dell’assoluta soggettività della lettura, non dice cioè che non esistano dei criteri di giudizio condivisibili nel valutare l’opera, si interroga però sulla legittimità del carattere normativo (intersoggettivo “per decreto”) di tali giudizi. E così alcuni commenti dei lettori di vibrisse, che si dicevano indisponibili ad accettare “marchi di qualità” imposti normativamente da qualcun altro. In qualche modo però queste resistenze al concetto di “qualità” e di valore estetico portano tutte verso i confini del sistema, pur non superandoli, portano là dove non si può più parlare di qualità di un’opera, là dove ci sono soltanto lettori lasciati soli con il libro, là dove la lettura è un atto più disinteressato, più innocente… Sono in qualche modo “eversive”, quindi inaccettabili per chi vede il proprio ruolo (di intellettuale, di critico, di scrittore) dentro i confini di questo sistema.

(riportato poi su Vibrisse) 

 

Due etti di qualità letteraria!

 

 

....da due commenti scandalosi (e dunque ignorati nella sostanza) deposti su vibrisse.wordpress.com il 7 marzo 2010. Vi invito a non farvi trarre in inganno dagli argomenti apparentemente "new age" che ho snocciolato, ma di badare al senso del discorso, pensando anche alla vostra esperienza di lettori. 

 

 

[Nella coda dei commenti aleggiava in quel momento il fantasma normativo della Critica Letteraria, in compagnia del fantasma di un noto critico preparatissimo, lui sì, ancora vivo...]


Incredibile che a questo punto della storia, mentre persino in Cina si lavora per inviare nello spazio stazioni orbitanti, qualcuno parli ancora di “qualità” del testo letterario. O di scientificità del critico. O di scientificità nel riconoscere la scientificità del critico. O di scientificità in generale. Quando, a prescindere dalla formazione di ognuno, siamo individui così diversi, alieni uno all’altro, abbiamo subìto traumi incomparabili, siamo costituiti di organi sangue sudore ormoni e umori radicalmente diversi, le energie sono disposte diversamente e pure i chakra rispondono a diverse configurazioni di apertura in ognuno. Siamo anche lettori non comparabili: certi “vedono” il testo anzichè “udirlo”, altri lo “ascoltano” e considerano quindi la visione un aspetto secondario, qualcuno vede e sente e però decisivo è il ritmo. Ma cos’è il ritmo? Anche il senso della musica non è lo stesso in ognuno. Ci sono persone alle quali è impossibile qualunque nozione musicale. Non per questo sono cattivi lettori. E quanto contano ritmo e musicalità per chi legge? Possibile che un aritmico e un melomane leggano seguendo le stesse procedure neuronali? Se è vero che immaginazione visiva, elaborazione dei suoni, sensibilità ritmica risiedono fisiologicamente in punti diversi del cervello, e se è vero che non solo la gestione dei due emisferi – razionale emotivo – ma anche la configurazione delle onde cerebrali può corrispondere in ciascun soggetto a schemi diversi, che senso ha parlare di qualità del testo letterario quasi come di un valore, prendendo di valore l’accezione delle scienze matematiche, o magari di quelle economiche? Ci sono i gusti, e questi si possono argomentare in base alla preparazione culturale di ciascuno, anche se restano legati alla biologia e al corpo e all’energetica e a quel-che-gira-per-la-testa del lettore. Nel ventunesimo secolo fare della critica o semplicemente della lettura una procedura medica, clinicizzabile, distinguibile è una cosa da trogloditi. (...)

 

Capita, in rete moltissimo, di trovare lettori che si azzuffano sul valore estetico o sulla qualità di un testo (tra i lettori ci sono anche i critici): a volte pare proprio che la contesa si avviluppi non soltanto sul libro in questione, ma anche su quello scarto che fa di ciascun lettore un lettore diverso. Chiarisco. Se A e B sono lettori molto preparati, hanno magari una reputazione di intellettuali, e se per A quel determinato testo è “di qualità” mentre per B vale poco, è chiaro che il motivo del crescendo argomentativo (voglio dire zuffa, in perfetto stile N.I.), quel che rode nel profondo è più di ogni altra cosa la sensazione di essere inadeguati come lettori, nell’esempio il sospetto che grava su A è l’ingenuità, mentre su B quello di non possedere le “qualità” immaginative sufficienti per poter estrarre significati da quel libro. Perché al libro appartengono anche quegli aspetti che sono di competenza del lettore, cioè il “lavoro” che lo scrittore lascia al suo interlocutore; e non sempre tutti i lettori possiedono le qualità che lo scrittore richiede per svolgere detto “lavoro”). Ripeto, per me non è solo questione di esperienze di lettura, così come il senso della musica non è questione di esperienze di ascolto. Ognuno è configurato diversamente, reagisce alle stesse frequenze in maniera leggermente diversa. Alcune persone non possiedono, diciamo così, le “qualità” per poter leggere e quindi apprezzare determinati testi. Questo va al di là del ruolo: a volte questa deficienza si legge tra le righe proprio di alcuni critici, o di alcuni bravissimi scrittori quando si trovano a commentare il testo di un collega inserito in schemi completamente differenti (sul momento mi tornano in mente Saviane e Calvino). E’ peraltro una deficienza relativa, perché si tratta appunto di sensibilità e sensorialità, per così dire, molto diverse, e tra loro incompatibili.

 

 

 

 

Obama e la colpa metafisica

17 aprile 2009


 

Obama assolve la CIA per le torture ai prigionieri nelle zone di guerra al terrorismo – suolo americano compreso – donne e uomini svegliati bruscamente nel cuore della notte più e più volte, fino all’alba, come ai tempi del Reich, messi con la testa sott’acqua, al freddo, a rabbrividire fino alla morte, o quasi – non è chiaro quanti di questi “prigionieri di guerra” siano morti a tutti gli effetti e non soltanto nella loro dignità, in seguito agli “interrogatori”.

Stiamo parlando, non dimentichiamolo, degli Stati Uniti, che storicamente hanno praticato il terrorismo indisciplinatamente – contro tutte le norme internazionali – e sono stati condannati dal Tribunale internazionale, per intenderci lo stesso a cui Milosevic dovette rispondere dei suoi crimini, ma allora, per quella storia del Nicaragua, negli anni ‘80, quando fecero decine di migliaia di morti con operazioni militari e paramilitari a sostegno, come accadeva in quel periodo, del proprio candidato nello staterello sudamericano di turno, gli Stati Uniti rigettarono la sentenza, per poi rifiutare e insabbiare con un veto la risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Cioè l’accusato si auto-assolse.

“El Salvador ne è un esempio drammatico. Gli anni ottanta si aprirono con l’assassinio di un arcivescovo e terminarono con l’uccisione di sei importanti intellettuali gesuiti. Così l’esercito americano sconfisse la teologia della liberazione.

Un aspetto interessante della nostra comunità intellettuale è che nessuno ne sa niente. Se forze appoggiate dai russi, armate dai russi, addestrate dai russi avessero assassinato in Cecoslovacchia sei intellettuali di spicco e un arcivescovo, lo avremmo saputo. Avremmo conosciuto i loro nomi e letto i loro libri. Potete fare, però, un piccolo esperimento: scoprite, tra le persone istruite che conoscete, quanti conoscono almeno i nomi di quegli intellettuali gesuiti, importanti intellettuali latinoamericani uccisi da forze speciali armate e addestrate da noi [statunintensi], o dell’arcivescovo, o delle altre settantamila vittime, che per la maggior parte, come al solito, erano contadini. ” Si legge in Dopo l’11 settembre. Potere e terrore di Noam Chomsky, ma anche in rete con un po’ di pazienza e ricerca. Sono fatti ovvi, e l’ovvietà sta nel fatto che sono documentati. Entrano cioè nella Storia, allo stesso modo dei fatti dell’11 settembre, così come la recessione che stiamo vivendo, così come le atrocità del ‘900, anche se, naturalmente, pure in questi campi minati della Storia si presentano puntuali i “negazionisti”.

Ricordare non è demonizzare, ricordare i milioni di morti vietnamiti insieme naturalmente ai militari americani (di cui le stime, i nomi, la ritualità nazionale commemora e incide sulla pietra soltanto i secondi). Ricordare i morti di fame in India, a milioni, sotto l’imperialismo britannico che ben conosciamo ma che seppelliamo a mo’ di “storia vecchia”.

Ricordare i 151.000 morti civili in Iraq (indagine OMS, di un anno fa) quindi centinaia di migliaia di donne e uomini, come noi, che andavano al mercato, dal parrucchiere, a scuola e un ordigno oppure un proiettile li ha strappati al quotidiano, ai loro cari. Ricordare i 2974 morti l’11 settembre. E che i morti hanno pari dignità, tra oriente e occidente.


Tornando al presente, la nuova politica di Obama, con le inedite aperture verso Cuba, verso oriente (vedi Turchia, Iran) e i rapporti morbidi, di dialogo anche con l’Europa segna un punto di svolta e, si spera, di non ritorno.

Ma per “affrontare un capitolo buio e doloroso”, come dichiara Obama oggi, non è possibile passare sopra le atrocità, anche commesse da ”coloro che hanno fatto il loro dovere in buona fede basandosi sui consigli legali del dipartimento della Giustizia”, cioè che hanno massacrato, torturato, leso i Diritti dell’Uomo nella maniera più intollerabile per un paese che vuole “esportare la democrazia”.

Posso capire l’indulgenza verso gli ultimi, i soldati, i carcerieri che hanno pedissequamente (ma è tutto da vedere) portato a termine degli ordini. (In primo luogo, indulgenza non significa assoluzione generale e sconclusionata, che viene oggi invocata).

Ma se anche fosse, che l’ultima ruota del carro, o del carrarmato, venisse sollevata dalle proprie colpe giuridiche e politiche, i capi dell’esercito invece, i dirigenti CIA, i decisori che hanno reso possibile quel «terrorismo» e quelle lesioni di ordine psichico e fisico nei confronti, anche, di innocenti, perché mai dovrebbero ricevere l’assoluzione? Perché i gerarchi di ogni guerra e di ogni crimine internazionale (eccetto le superpotenze occidentali) hanno pagato di fronte ai tribunali internazionali, come lo stesso Saddam Hussein, e questi signori, questi massacratori devono essere assolti in nome di uno smemorante mutamento della politica statunitense? Sempre se ho capito bene, se abbiamo capito bene…

Karl Jaspers in “La questione della colpa. Sulla reponsabilità politica della Germania”, distingue quattro elaborazioni intellettuali della colpa: c’è un senso giuridicico di intenderla, ovvero come trasgressione della legge di uno stato; c’è poi una determinazione politica della colpa, perché ognuno ha una infinitesima ma cruciale parte di reponsabilità per le scelte del proprio governo; c’è una colpa morale, di fronte al tribunale della propria coscienza; c’è infine una colpa metafisica, da parte di chi non si oppone alle ingiustizie e alle malvagità di cui è a conoscenza, al di là degli ordini e delle regole che ci siano per vincolarlo a non intervenire.

 

Da quali di queste colpe e da quali reponsabilità Barack Obama assolve se stesso, il suo popolo e i presidenti che lo hanno preceduto? Quali di queste deve essere insabbiata, asfaltata per procedere sul nuovo “cammino di speranza”? Si può fondare una svolta politica sull’immunità per le torture, sull’impunità per la lesione dei più fondamentali Diritti dell’Uomo?

 

 

 

pubblicato anche qui - Ibridamenti - e qui - La poesia e lo spirito -